Intervista a Tullio Solenghi

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Prima di tutto grazie alla casa editrice Rai ERI che, attraverso la libreria Motivi di Chiaravalle (AN) e l’associazione La Guglia di Agugliano (AN), ci ha permesso di incontrare Tullio Solenghi, attore a 360° e ora anche scrittore. Un incontro che potrebbe cominciare da un un miliardo di domande, tutte diverse, perché sono tante quelle da porre a un attore così versatile, a maggior ragione in un periodo come questo, ricco di tante attività diverse. Ma forse è il caso di partire e neanche troppo banalmente, dal titolo del suo libro...




Ogni volta che leggo il titolo, io sento la voce di Anna Marchesini e tutte le sfumature che riusciva a dare a quel suo “Bevi qualcosa, Pedro!”... Cominciamo da lei?
Cominciamo da lei! Il sottotitolo del mio libro lo dice già: è un’autobiografia che sconfina inevitabilmente in un’autotriografia e facendo riferimento al Trio, tutto è partito proprio dall’incontro con Anna. È stato uno di quegli incontri fondamentali della vita, quegli incontri, almeno per la mia esperienza, non preparati, occasioni che non avevi neanche calcolato. Io ero a Torino per un programma che veniva realizzato per la Svizzera italiana. Si trattava di una di quelle scelte estive che mi servivano a far quadrare il bilancio familiare, perché non è sempre tutto rosa come appare, ma ci sono anche scelte di basso profilo che sono però necessarie per tirare avanti. Andai in questa prima riunione nella sala prove della Rai di Torino e vidi, in fondo al tavolo, questa attrice, tra i vari attori. Io ero un po’ la “star”, perché ero già stato scoperto da Pippo Baudo e avevo fatto televisione e vidi questa ragazza con i capelli a fare tendina, raggomitolata su se stessa... E cominciò a leggere un testo infausto, con battute banali, ma il modo con cui le diceva lei, le veniva fuori questa voce che aveva delle sfumature per ogni virgola, per ogni punto esclamativo, per ogni accento... era un’apoteosi di espressività attraverso la parola. Poi anche attraverso l’espressione, non appena scostò la tendina di capelli da quel viso, che riusciva magicamente a farla diventare, improvvisamente, dalla donna più bella del mondo alla donna più racchia del mondo. La prima cosa che pensai fu: “Ma dove l’han tenuta tutto questo tempo?”, perché una così non poteva rimanere dietro le quinte, in incognito. Da lì familiarizzammo e capimmo che c’era una bella intesa, perché avevamo lo stesso modo di intendere la comicità. Abbiamo anche un po’ riscritto quei testi di allora, non proprio felicissimi, sperimentando anche la parte autoriale, perché il Trio è sempre stato l’autore di se stesso. Dopo due mesi lavorativi alla Rai di Torino, ci siamo salutati e ci siamo detti: “Speriamo di ritrovarci di nuovo in arte, sul lavoro insomma”. Di lì ad un anno l’occasione capitò a me, mi commissionarono una trasmissione radiofonica di cui potevo essere anche autore. A me è sempre piaciuto fare gruppo, lavorare in scena con altri compagni di lavoro e pensai subito di coinvolgere lei. Le scrissi una lettera che lei conservò gelosamente (allora non c’erano SMS o la moderna tecnologia, ma si usavano ancora carta e penna) e mi disse che stava facendo doppiaggio con un certo Massimo Lopez, che sa fare tutte le voci, le imitazioni. Le dissi che lo conoscevo già, perché Massimo Lopez mi aveva sostituito allo Stabile di Genova, quando dopo sette anni infruttuosi ero emigrato verso il cabaret.

Un po’ come è successo per Paolo Villaggio che con le sue espressioni è entrato nei modi di dire degli italiani, anche voi del Trio...
Sì, Villaggio ha fatto uno scalino in più, entrando direttamente dentro i dizionari. Per quanto riguarda noi, quando qualcuno mi ha chiesto in quale momento ho capito di essere arrivato al successo, ho risposto (forse deludendo il mio interlocutore): quando ho scoperto di essere una voce della Settimana Enigmistica, quando cioè 24 verticale era “Ha fatto trio con i suoi colleghi Anna e Massimo” e la risposta era “Tullio”. Attenzione, erano parole crociate facilitate! L’altra cosa era proprio quella che dicevi tu: le espressioni del Trio entrano nell’uso abituale: “Siccome che so’ cecata”, “Co’ 'sta pioggia e co’ 'sto vento chi è che bussa a 'sto convento”, “Monaca di Moooooonza”... Adesso che sto facendo anche questo show con Massimo (Massimo Lopez e Tullio Solenghi Show), la bellezza è quando ci ritroviamo davanti a platee ‒ per fortuna sempre piuttosto gremite ‒ e si ha un po’ l’impressione di essere noi con loro e loro con noi, come ritrovarsi fra vecchi parenti, perché c’è sempre un momento, che ti raccontano, quando vengono a ringraziarti, che è legato alla vita del Trio e lì ti vengono i brividi, perché fai parte veramente della loro storia senza saperlo. E questa è una cosa assolutamente sublime.

Beh, c’è un pregio che tu hai, così come Massimo Lopez e che ha avuto Anna Marchesini ed è il fatto di essere estremamente scrupolosi, no?
Quello è stato il nostro marchio di fabbrica e devo dire che ce n’è voluto per farlo capire, perché la comicità è stata sempre trattata con superficialità: una quintina, due paretine... come se bastasse questo! Invece nella vita bisogna andare, come dire, “contromano”. Noi per fare I Promessi Sposi, nel momento in cui dovevamo ricreare il borgo di Renzo e Lucia, non potevamo usare le due paretine, come dicevo, noi avevamo un borgo autentico, Ricetto di Candelo, in provincia di Biella, dove si poteva recitare un Manzoni impeccabile. Poi eravamo noi dentro la scena che facevamo lo “spiazzamento”. Io ho sempre avuto una visione un po’ più strategica degli altri e mi spettavano parti diverse. La regia, per esempio, era la mia e mi dovevo sdoppiare dietro la telecamera e istruivo le comparse che ci portavano da Torino in pullman, già in costume del Seicento. Il borgo era adatto, non c’è un’insegna, niente, non dovevi toccare nulla. Entravi direttamente nel Seicento. Quindi io istruivo queste comparse (la donna all’arcolaio, il contadino che zappava, quello che faceva i covoni di fieno, etc) e a un certo punto dissi loro che quando il signor Lopez che interpretava Don Rodrigo, andava da Lucia Mondella, la signora Marchesini, lei si sarebbe affacciata e lui avrebbe detto: “Dai, scendi!”, quindi partiva la base e si metteva a cantare “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” e tutte le comparse avrebbero dovuto ballare il twist. Tra questi signori, uno un po’ più scrupoloso degli altri, alza la mano, si fa avanti, lo faccio parlare... “Ma noi dobbiamo ballare il twist?”, mi fa e io gli rispondo di sì e lui replica: “Ma noi siamo vestiti da 1600!”. Per tagliar corto, gli dico che è giustificato e quindi la comparsa annuisce, ma io mi immaginavo che arrivando a casa, la sera, dalla moglie e raccontando della giornata di lavoro, doveva dire che aveva ballato il twist vestito da uomo del Seicento, con relativo rimprovero da parte di lei e... “Ma è giustificato!” come risposta di lui. Comunque, tornando alla scrupolosità, non mi va, anche magari nelle cose che consideri minori, di farle così per farle. L’impronta Trio a me e a Massimo è rimasta. Nello spettacolo con cui stiamo girando l’Italia raccontiamo altre storie, però siamo sempre quelli. La detentrice del rigore era ufficialmente Anna e in alcuni casi abbiamo anche battibeccato, perché non è che si andava sempre d’amore e d’accordo. Soprattutto tra me e lei, Massimo è un personaggio più etereo per occuparsi di queste cose terrene. Lei era proprio depositaria di questo rigore. Per esempio, per fare I Promessi Sposi li abbiamo dovuti rileggere e su questo si è impuntata. Ma aveva ragione lei, perché la rilettura ci ha dato i tempi e le sfumature che non ti ricordavi dai tempi della scuola. Quindi sicuramente dobbiamo molto a lei.

Ci sono stati anche “incidenti diplomatici” e li racconti nel libro. E mi piacerebbe sapere: che cosa si prova in quei casi? Ansia, paura di averla combinata grossa o che altro, perché San Remo a parte... c’è stato anche Khomeini...
Per usare un eufemismo... ci siamo cacati sotto! Ma non lo sapevamo, noi. Abbiamo fatto uno sketch come tanti altri e... è stato bellissimo come l’abbiamo scoperto! Facciamo lo sketch il sabato sera durante Fantastico. La settimana prima c’era stata la visita di Lady Diana e Carlo d’Inghilterra e quindi Anna ha fatto Diana e io Carlo e quella settimana... Lo proposi io, fui io la pietra dello scandalo perché leggendo i giornali dicevano che America e Iran si fronteggiavano a muso duro, ma sotto banco l’America forniva armi all’ayatollah. Io l’ayatollah lo facevo di Barberino di Mugello che si lamentava con la sua Khome-Ines, che era Anna, la mamma sul carrello, come Massimo faceva appunto Reagan e l’ayatollah, in toscano, si lamentava perché gli avevano dato le armi con le istruzioni in cinese e non riusciva a montare un missile. Facciamo quindi lo sketch il sabato e la domenica mattina Massimo, che solitamente ascoltava Radio Vaticana perché mandava in onda i radiogiornali in varie lingue, in russo sente nominare il Trio con i cognomi di tutti e tre, in giapponese, idem... alla terza lingua si è detto: “Qui è successo qualcosa!”. Ha acceso il tg e c’era la bonanima di Frajese che parlava di noi, con la nostra foto alle spalle. Sembrava una delle tante parodie del TG che abbiamo portato in televisione in quegli anni. Successe di tutto: ambasciatori rimandati in Italia, interruzione dei rapporti diplomatici, crisi e per una settimana siamo stati accompagnati alle prove sotto scorta, perché avevamo ricevuto le minacce di qualche gruppo islamico, allora erano un po’ più isolati di come sono oggi. Dopo due anni: “Ecco perché!”, ci siamo detti! A una premiazione, dove c’era anche Romano Prodi che si alzò e venne al nostro tavolo, venimmo a sapere di “aver fatto lo sketch più costoso della storia della televisione italiana” e scoprimmo che siccome l’Iran doveva all’Italia miliardi di lire di commesse non pagate per lavori già effettuati, ma che non pagava mai, usò noi come capro espiatorio per dire: “No, non pago nemmeno stavolta!”.

Però fu un bello spavento!
Sì! Io vivevo ancora in un residence, a Roma, con mia moglie Laura e la mia famiglia e in questo residence vivevano anche molti stranieri. Presi l’ascensore e sai come succede, mentre schiacci il numero del tuo piano, sale qualcuno al volo “questo qualcuno aveva tratti... arabi. Lui mi guarda, comincia a sorridere, mentre io mi sentivo morire. Poi mi fa: “Tu, ayatollah Khomeini!” e io senza un filo di voce, annuii. “Complimenti, bravissimo!”... Fortunatamente era iracheno! E io ricominciai a respirare!

Hai citato la tua famiglia. I tuoi genitori, in particolare, come hanno preso le tue aspirazioni?
Pensa che io ho debuttato senza dire una parola e mia mamma che era una piacentina, casalinga, di estrazione popolare, dalla quale credo di aver preso molto... anche da mio padre, per la verità, anche se era l’opposto, milanese, insegnante di architettura, di poche parole, che quando mi vide ne I Promessi Sposi e gli chiesi se gli erano piaciuti, mi rispose “Abbastanza”... e quel suo “Abbastanza”, equivaleva a una valutazione da Oscar! Ti dicevo di mia madre che quando venne a vedermi (facevo Madre Coraggio di Bertolt Brecht, con protagonista la grande Lina Volonghi), l’avevo avvisata: “Nel secondo tempo, quando entrano i due soldati a spostare il cannone, io sono quello dietro”... quindi muto e impallato! Però lei disse : “Si vede, che hai della stoffa!”. E infatti io avevo su una palandrana lunga fino ai piedi: di stoffa, addosso, ne avevo parecchia!

Come hai resistito, sotto contratto per tre anni, a Genova, ma senza una battuta?
Erano gli inizi e ce l’ho fatta pensando che prima o poi avrei aperto la bocca! Certo adesso non lo sopporterei e direi: “Basta, apro una merceria o una tabaccheria!”, nel senso che mi metterei a fare un altro mestiere. All’epoca, avevo vent’anni, ho fatto la scuola di teatro, c’era l’euforia dell’inizio, per cui tolleravi anche di non dire nemmeno una battuta. E poi allora il teatro era molto più importante di adesso: c’erano compagnie che potevano portare in scena rappresentazioni con 35 attori,che oggi è impensabile. Però sai, allora, nelle città come Genova, stavamo un mese a teatro, un mese di repliche e facevamo un mese di pieni. Oggi fai una settimana appena e poi solo nelle grandi città, ma un tempo il teatro era luogo di aggregazione e luogo culturale importante. Lo è ancora, ma sai si sono aggiunti la rete, i video, la televisione...

Il tuo debutto e il tuo primo provino?
Beh, il mio debutto assoluto fu a un festival di Pesaro del teatro amatoriale nel 1967. Avevo 19 anni e abbiamo portato sul palcoscenico il teatro comico di Goldoni. Vincemmo anche un premio ed era bellissimo perché la compagnia amatoriale non ha problemi in termini di scarto generazionale tra i ruoli, per spiegarmi meglio, se facevi un Giulietta e Romeo non ci si preoccupava più di tanto se Romeo nella vita vera era il padre di Giulietta! Mi ricordo di questo primo impatto con il pubblico: davanti finalmente ne avevo uno e tu che reciti, che hai un ruolo e il pubblico che viene lì per quello... Nel primo provino che feci, invece, non avendo ancora pratica con il teatro, anzi essendo proprio a digiuno di teatro, mi presentai (avevo ancora le nozioni scolastiche ben presenti) con i primi cinque versi di A Silvia, ma recitati, però, con le intonazioni di tutti i dialetti italiani. Squarzina, prestigioso regista dello Stabile di Genova, vide nella carrellata di quelli che gli doveva provinare un Amleto, un Otello, A Silvia, un’Ofelia.. A Silvia? Mi dissero: “Va be’ facci sentire” e cominciarono a sbellicarsi dalle risa e siccome io sono un ragazzo della provincia, pensavano che ridessero di me e invece no, ridevano per me, per quello che stavo recitando e quindi fui accettato alla scuola di arte drammatica grazie al genio di Recanati.

Il tuo Bevi qualcosa, Pedro! è un libro ricchissimo di particolari: hai preso appunti strada facendo?
No, no, io sono proprio un grafomane! Scrivo, dai tempi del Trio, un diario di tutte le serate che è arrivato a 435 pagine, che però tengo per me, perché sono ricordi ed è anche legato a momenti non sempre esaltanti, momenti di crisi, perché non c’era solo il Trio, ho continuato anche per conto mio.

E hai pescato dai tuoi diari?
Sì, qualcosa sì! Molte cose del Trio sono pescate dai diari, mentre altre no.

Ma è stato più facile scrivere un libro come questo che hai dato alle stampe o il copione di uno dei tuoi spettacoli?
No, lo spettacolo è più difficile. Perché con un libro come questo puoi anche, non dico fregartene, ma pensare che comunque stai scrivendo un po’ anche per te, lo spettacolo invece va scritto solo per il pubblico, cioè lo spettacolo se non ha la valenza di un ritorno da parte del pubblico, puoi metterlo da parte subito! Lì inizia e finisce subito la storia.

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