Intervista a Tuomas Kyrö

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Tuomas Kyrö è uno dei più quotati autori finlandesi, e, anche se in Italia finora è arrivato solo uno dei suoi romanzi, in Europa ha una solida fama letteraria nonostante la giovane età. Disturbo il suo pranzo al Pisa Book Festival, lui mi accoglie con una gentilezza schiva e un po’ ritrosa, forse sorpreso che il suo libro desti ancora curiosità e interesse. In Finlandia è stato ampiamente eclissato dai suoi bestseller successivi, ma in Italia non abbiamo ancora avuto la fortuna di leggerli. Speriamo accada presto, chissà che questa intervista non contribuisca a “smuovere le acque”.




Con L’anno del coniglio hai reso un omaggio bonariamente dissacrante e divertente a un mito letterario nazionale come Aarto Paasilinna. Come l’ha presa lui?
Ho preso la struttura del libro di Aarto Paasilinna L’anno della lepre, ma il mio intento era raccontare la Finlandia dei giorni nostri attraverso questo personaggio che veniva da fuori, mentre in Paasilinna il protagonista è un finlandese che viaggia verso il Nord per isolarsi dalla civiltà. Il mio personaggio vuole fortemente far parte di questa società ma trova moltissimi ostacoli lungo il percorso di assimilazione. Forse un tratto in comune tra me e Paasilinna è il fatto che racconto vicende estremamente serie con un approccio umoristico.

C’è un intero mondo che ruota intorno al clandestino rumeno Vatanescu mentre cerca di attraversare la frontiera con l’aiuto di Jegor Kugar, un trafficante russo che poi finirà per prendersi “cura” anche di sua sorella. Tutti i personaggi sono estremamente curati, anche i meno significativi, ma Jegor è sicuramente il più intrigante. È stato difficile costruire un personaggio così tipico senza cedere agli stereotipi?
Ho scritto diversi libri, creando un totale di forse cento personaggi, ma lui è quello che ha rappresentato la sfida più ardua. È un uomo stupido che fa cose orribili, ma volevo che il lettore simpatizzasse comunque per lui, che capisse da dove veniva, da cosa si generavano le sue azioni. Per me è molto importante non cedere agli stereotipi. Ci sono delle ragioni dietro le azioni di ciascun essere umano, nessuno nasce per essere un criminale. L’ispirazione per costruire il personaggio di Jegor mi è venuta da due libri che ho letto: uno su Vladimir Putin, l’altro su Vince Neil, il cantante dei Mötley Crüe, e poi dalla serie tv I Soprano . Tony Soprano è un personaggio interessante, perché pur essendo uno psicopatico criminale, riesce ad attirare le simpatie del pubblico, che fa il tifo per lui non perché è un criminale ma per le sue vicende umane, come il rapporto difficile con la madre, con i figli. Questo è ciò che ho cercato di fare con Jegor.

Vatanescu è un triste come può esserlo un uomo senza più un Paese, una famiglia, radici, e con un contratto ventennale da mendicante, ma non è mai disperato. L’ ironia e il fatto di non essere mai a disagio nei suoi panni, sembrano essere le sue armi più potenti…
Con lui non ho voluto descrivere la vita di un vero mendicante, lui è il classico uomo qualunque. Le cose gli capitano, non è lui che le fa succedere, quello che lui ci mette di suo è l’immaginazione e la speranza. Il senso dell’umorismo è il suo modo di sopravvivere nel mondo ed è una cosa molto importante anche per me.

Pensi che le ondate crescenti di migranti che premono alle frontiere d’Europa riusciranno un giorno ad avere la meglio sulla paura, il rifiuto con cui vengono accolti oggi?
Quando ho scritto il libro, nel 2011, le migrazioni non erano un fenomeno gigantesco come oggi. In Finlandia vivevamo come una crisi nazionale il problema dei mendicanti rumeni, ma quello che è successo a partire dal 2015 non ha fatto che fornire carburante ai partiti e ai politici populisti, che hanno avuto buon gioco nell’addossare ai migranti le colpe di tutti i problemi delle loro nazioni. Le migrazioni sono sicuramente un problema, ma è anche molto facile creare la paura. La disoccupazione in Finlandia è causata dalla chiusura delle fabbriche, dal trasferimento delle produzioni in luoghi più economici e queste sono tutte scelte politiche con cui i migranti non hanno avuto niente a che fare, ma per l’estrema destra è più facile additarli come responsabili che prendersi il biasimo per quelle scelte.

Se dovessi riscrivere oggi la storia di Vatanescu, che tipo di accoglienza gli sarebbe riservata in Finlandia?
Oggi non potrei mai riscrivere lo stesso libro. Se lo facessi, lui sarebbe probabilmente un rifugiato siriano o iracheno e non potrei nemmeno riscrivere lo stesso tipo di personaggio per il trafficante che lo aiuta. Quelli di oggi sono criminali spietati. Non potrei ad esempio usare un registro ironico perché non si può ridere per qualcosa di disumano come quello che sta succedendo adesso. Quando ho cominciato a scrivere quel libro non sapevo a priori se sarebbe stata una commedia o una tragedia. I libri scelgono da soli il proprio tono. Dopo le prime venti pagine mi sono reso conto che ormai la storia aveva preso una certa direzione satirica e non ho fatto altro che seguirla.

Anche se si trattava del tuo terzo libro, L’anno del coniglio è stato il primo a regalarti la fama in tantissimi Paesi. Il successo ha reso più facile o più difficile scrivere il libro successivo? Sentivi di dover essere all’altezza delle aspettative?
In realtà per me è stato più facile. Quando hai dei lettori, molti lettori non vedo motivi di scontento. Senti meno la pressione quando non devi preoccuparti di conquistare un pubblico o un editore. Mi sono sempre sentito soddisfatto per il solo fatto di riuscire a vivere della mia scrittura, che non è una cosa concessa a tutti.

I LIBRI DI TUOMAS KYRÖ



 

 

 
 
 
 
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