Intervista a Umberto Eco

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Metti una calda giornata di maggio nella sala gialla del Salone del Libro di Torino, affollata da giornalisti e amanti della lettura. Umberto Eco parla del fenomeno del collezionismo, della passione per la lettura, del futuro del libro e non solo con il suo consueto acume e la sua cultura sconfinata. Non sperate di liberarvi di Eco.




Perché il collezionista di libri vive in una condizione di assoluta solitudine?
Colui che colleziona libri antichi di fatto coltiva un piacere solitario, oserei dire quasi onanistico. I collezionisti di quadri vengono quasi sempre gratificati dall’attenzione degli ospiti per le opere che espongono. I libri non si espongono ma vengono chiusi e custoditi in una libreria. Ancorché preziosi, hanno un aspetto esteriore poco allettante, che non incuriosisce nessuno, ma cattura unicamente l’attenzione dei cultori. 

Forse anche perché si accanisce sul passato?
Certo. I bibliofili stentano a comprendere il presente, temono il futuro e coltivano il passato, come ne fossero gli ultimi sacerdoti. Ma forse perché sono consapevoli di vivere in un’epoca in cui le giovani generazioni ne sono del tutto inconsapevoli.

Che cosa determina la crescita di un capolavoro?
Le parole nel tempo assumono diversi significati. Nuove interpretazioni finiscono inevitabilmente con l’incrostarsi sui libri e noi non possiamo farci nulla. Ecco perché le traduzioni invecchiano e ogni epoca legge le opere letterarie in maniera differente.

Da dove nasce il piacere di collezionare libri?
Sostanzialmente da una volontà di possesso, da un desiderio di accumulazione. Da un piacere il più delle volte fine a se stesso o dettato da interessi economici. Ho conosciuto persone che li acquistano anche solo perché interessati all’aspetto della copertina. Comunque quasi mai per il gusto di leggerli.

Nemmeno Umberto Eco legge per il piacere di leggere?
Io sono semplicemente un lettore infaticabile. Mi accorgo di leggere per il puro gusto di leggere. Ricordo che da ragazzino avevo una vicina di casa che alimentava la mia passione per la lettura regalandomi ad ogni occasione nuovi libri. Poi un giorno mi chiese se li leggevo per sapere cosa contenevano oppure per il gusto di leggere. Ecco allora compresi che era il piacere. Di fatto ancora oggi continuo a leggere ignorando il contenuto di tutti i libri che leggo, compresi i miei.

Ma la funzione di un bibliofilo non dovrebbe essere anche quella di mettere in salvo i libri per conservare la nostra  memoria culturale?
Assolutamente no. Come ho scritto in Non sperate di liberarvi dei libri il compito degli operatori di cultura deve essere al contrario quello di saper filtrare ciò che riceviamo in eredità dai secoli passati, di far ricordare ma anche dimenticare. C’è molta stupidità non solo orale, ma anche nei libri.

Nel libro Non sperate di liberarvi dei libri con Jean-Claude Carrière ne parlate, di questa stupidità. A che cosa è dovuta?
Beh, diciamo pure che il 50 per cento delle persone umane sono stupide. E questa percentuale si riscontra invariabilmente anche nelle case editrici e tra gli autori. Se poi si guarda agli eventi politici direi che il tasso di stupidità è addirittura superiore al 50 per cento.

Possiamo chiarire il concetto di cultura come cimitero di libri scomparsi?
Le testimonianze storiche ci lasciano chiaramente intendere che una vasta quantità di libri sono andati definitivamente perduti nel corso del tempo. Basti pensare ad Aristotele che nella Poetica cita tragedie a noi mai pervenute. Chi non ci dice che non fossero più belle di quelle che ci sono state invece tramandate? Non lo sapremo mai. Solo a Dio può appartenere il privilegio di aver letto tutto. Mi piace pensare che questa potrebbe costituire una prova della sua esistenza.

L’evoluzione del libro verso nuove forme non spaventa?
Direi di no. I supporti elettronici hanno rivelato la loro labilità, mentre il testo in forma stampata ha saputo conservarsi per oltre cinque secoli. Non si può fare meglio del libro: l’e-book non lo soppianterà, come l’automobile non ha eliminato la bicicletta. Finché questo oggetto produrrà in noi la sensazione di poterlo percorrere usando anche le dita, non ne faremo a meno.

Dunque la sopravvivenza del libro stampato è dovuta prevalentemente alla necessità di un contatto diretto da parte del lettore?
Si esatto, direi addirittura fisico. Vorrei che si salvasse in particolare la possibilità di bagnarsi il dito, che è fondamentale. E’ una soddisfazione orale, un retaggio della nostra infanzia. In fondo potremmo dire che leggiamo libri perché non possiamo più mettere in bocca il ciuccio.

I LIBRI DI UMBERTO ECO


 

 

 

 
 
 
 
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