Intervista a Umberto Piersanti

Umberto Piersanti
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Non appena varcata la soglia dell’Hotel Cristallo di Senigallia, m’imbatto subito nella sua immagine sorridente e accovacciata nella poltrona della hall. Appena il tempo di chiudere una telefonata e subito mi avvolge in un vigoroso abbraccio. Umberto Piersanti è ritenuto uno dei più prestigiosi poeti contemporanei ed il suo libro “L’albero delle nebbie” è stato insignito del Premio Gatto e del Premio Pavese, ed è in odore di un ancor più ambito riconoscimento. Eppure la prima qualità che ti colpisce di lui è la benevola predisposizione a non prendersi troppo sul serio. Il suo aspetto vivace, schietto, spontaneo e la bonaria espressione racchiusa nel suo volto ti incoraggiano a rivolgergli subito le prime domande…

Guardando indietro, riusciresti a trovare una data o un evento simbolico che abbia segnato il suo percorso letterario ?

La pubblicazione de La breve stagione del 1967. Fino ad allora le mie poesie erano comparse unicamente su riviste come ad esempio “Tribuna del Salento” o su “Ad libitum” da me fondata nel ‘62/’63. Con quel libro entrai, sia pure da una porta secondaria, ufficialmente nel mondo della poesia.

 

Qual è stato il libro che più di ogni altro ha decretato il tuo successo ?

Indubbiamente I luoghi persi del 1994. Essendo uscito presso la Einaudi, una casa editrice di grande prestigio, mi ha fatto conoscere ad un pubblico più vasto. Tieni conto inoltre del fatto che di questo libro sono state realizzate ben cinque edizioni.

 

Quanti libri hai venduto con la sua ultima fatica L'albero delle nebbie ?

Non saprei dirti con esattezza. Ma mi risultano circa 3000 copie. La prima edizione è ormai definitivamente esaurita.

 

Un successo solo di pubblico o anche di critica ?

Entrambe le cose. Ho ottenuto importanti riscontri di critica su numerose riviste, tra cui mi piace ricordare la recensione di Loi sul domenicale del Sole 24 ore e quella di Galaverni su Alias, oltre alle tue, molto accurate, su alcune testate internet. E poi il conseguimento dei Premi Cesare Pavese ed Alfonso Gatto. A giorni poi verrà reso nota la notizia di un ulteriore ambito riconoscimento di cui sono già stato preventivamente messo al corrente.

 

L'albero delle nebbie, dopo I luoghi persi e Nel tempo che precede chiude la trilogia einaudiana. Significa un chiudere o un aprirsi a qualcosa d’altro ?

Direi né l’una né l’altra cosa. Considero il mio intero percorso letterario una sostanziale evoluzione. Questi tre volumi occupano un posto a sé ben determinato; se vuoi una parentesi lungo un tracciato continuativo. Forse sarebbe opportuno dire che essi se ne sono distaccati solo per motivi organici, pur restando legati indissolubilmente alla mia linea poetica.

 

Ma pur sempre una tappa fondamentale o sbaglio ?

No, anzi. Essi racchiudono in maniera sostanziale tutti i temi essenziali della mia poetica. Dal naturalismo poetico della campagna alla civiltà contadina, dalle figure mitiche a quella di mio figlio Jacopo. Qui tutto trova maggiore spessore rispetto ad altri testi. Se vuoi potremmo dire che la continuità diviene intimità poetica.

 

Nella rievocazione delle Cesane storia e natura si compenetrano opponendosi all’inevitabile proiezione verso i grandi centri urbani. Quale delle due componenti prende il sopravvento ?

La natura, non c’è dubbio. Io mi considero un poeta naturalista, che nondimeno non ha affatto una connotazione ecologista. I miei versi raccontano un altro mondo rispetto a quello delle metropoli e dei grandi agglomerati urbani, che troviamo per esempio in Milo de Angelis. Ma senza alcuna connotazione polemica. Io semplicemente ho scelto un ambito diverso. Il tema dei campi e della civiltà contadina, che sfugge totalmente ad una dimensione metafisica e che è sempre stata raccontato male.

 

E per questo ti sei fatto cantore di una civiltà perduta...

Esatto. Mi sono calato in questa dimensione scomparsa, evocando ricordi, sensazioni, immagini e figure, dipingendo un altrove diverso, lontano dalla quotidianità. Una civiltà che non esiste più, con uno spessore antropologico e a tratti magico, che non è certo quello di Pavese né tanto meno di Pasolini.

 

Quali sono gli aspetti che ti rendono diverso da entrambi ?

Rispetto al primo il pessimismo, una dimensione che non mi appartiene assolutamente. Il mio radicamento alla terra è altrettanto forte, ma non contempla alcuna sfiducia cosmica. In Pasolini domina il rimpianto nostalgico nei confronti di una civiltà che ha la connotazione di un eden salvifico. Io provo solo nostalgia della mia gioventù. La mia vuole essere unicamente una testimonianza che spero possa valere anche per gli altri.

 

Hai detto molte volte che la tua poesia deve molto alla lezione leopardiana. Tuttavia mi pare di rilevare che essa abbia in Pascoli il vero nume tutelare...

Tralasciando Dante, che considero ovviamente un peso massimo fuori misura, direi che della grande tradizione lirica i poeti che hanno maggiormente influenzato la mia formazione sono certamente Leopardi e Petrarca. Ma certo la mia poesia mostra maggiore affinità alla lezione pascoliana nel suo radicarsi alla terra, al suo ossessivo repertare fenomenico, al piacere del dettaglio che è presente tuttavia anche nel Carducci. Ma sfido chiunque a rinvenire nei miei versi un’atmosfera crepuscolare. L’istanza musicale e la percezione del mondo e del destino umano mi rendono, a mio avviso, più vicino a Leopardi.

 

I tuoi versi contengono una purezza armonica che lasciano intuire una strenua difesa della dignità della parola...

Io mi considero autore del centro Italia, legato alla tradizione classica del tardo Ottocento ed inizio Novecento. Ad autori, come ti dicevo, che hanno fatto del verso un ritmo di fondo, mentre al nord ha dominato lo sperimentalismo ed al sud il barocco.

 

Di questa tua stessa tradizione hanno fatto parte altri importanti poeti marchigiani. Ti senti di fare qualche nome in particolare ?

Certamente Volponi ed il suo legame con il mondo contadino. Ma in lui l’evocazione dei colori, del bestiario e del senso del femminile non contengono il senso del mistero e del memoriale che invece appartengono alla mia cifra poetica. E poi Scataglini, poeta di altissimo valore di cui ho sempre apprezzato e la delicatezza e il gusto narrativo. Mentre in Pagnanelli è presente una speculazione su di un paesaggio distorto e contorto che non ha nulla di armonico. Quanto a De Signoribus e D’Elia, appartengono ad un genere differente. Il primo risulta troppo assorto in una dimensione interiore e mentale. Il secondo troppo engagé. La poesia non serve per salvare il mondo, ma per arricchire l’uomo.

 

Secondo te perché nel paese di Dante, Petrarca, Leopardi e Montale si legge poca poesia ?

Per un’infinita serie di motivi. Innanzitutto mi preme sottolineare la scarsa attenzione della scuola e dei mass-media nei confronti della poesia. I versi non si imparano più a memoria come un tempo. E poi ai un intervista ad un poeta. Perfino il premio Viareggio dedica ai poeti poche righe. Inoltre l’italiano è un popolo pigro, che preferisce affidarsi al piacere lineare della trama, piuttosto che fare corpo a corpo con le parole. Ma anche le avanguardie intellettualoidi hanno scoraggiato di per sé il pubblico dei lettori.

 

Hai investito molto sul linguaggio come forma di comunicazione. L’uso dell’endecasillabo ad esempio è una scelta o una necessità ?

E’ la misura del respiro, come l’alessandrino francese. Non ho mai pensato ad una ritmica aprioristica. Mi provengono da dentro come una forza espressiva del tutto naturale, che coniugo liberamente, allungando, spezzando ed accorciando.

 

Secondo te in questi ultimi anni si può parlare nondimeno di una riscoperta, sia pure parziale, del linguaggio poetico ?

La poesia ha un circuito esoterico. Caproni diceva che è come la pasta : ognuno crede di farsela in casa. Noto un’attenzione superficiale da parte dei giovani poeti, i quali scrivono versi senza prima affacciarsi sulla storia della poesia.

 

Dal 1994 a oggi il Premio Metauro, che tu presiedi, si è accreditato ormai come uno tra i più importanti premi nazionali di poesia, riscuotendo di anno in anno un consenso sempre più vasto. Quali sono i suoi punti di forza?

Il carattere vincente va cercato sicuramente nella formula di assegnazione. La giuria tecnica non conosce i componenti di quella popolare, che è costituita da persone residenti nei comuni interessati dalla manifestazione. I libri finalisti vengono acquistati da noi e spediti loro con due o tre mesi di anticipo. Ma la scheda viene consegnata solo nel corso della serata finale, dopo una mia breve introduzione in cui l’autore è chiamato ad esprimersi sulle tematiche centrali della sua poetica e dodici minuti di lettura da parte dei concorrenti stessi. In molti mi hanno confessato di aver ribaltato il proprio giudizio proprio all’ultimo istante. Tutto questo da il senso di una vera competizione rigorosa e autentica. Inoltre questa scelta ci consente ogni anno di diffondere sul territorio circa cinquecento testi di poesia, avvicinando il pubblico ad un genere normalmente poco frequentato dai lettori.

 

Sei soddisfatto dell’esito dell'edizione 2009?

Certamente. E’ stata una serata magica in un contesto naturale incantevole. Abbiamo registrato una straordinaria partecipazione di pubblico, che è segno di attenzione e garanzia di continuità per l’iniziativa. D’altra parte ormai Il Metauro è un Premio che gode ormai di grande attenzione anche tra gli specialisti del settore.


E tu che progetti hai in cantiere?

Nel corso dell’estate sono stato in Francia dove stanno traducendo i miei principali testi poetici. Per i primi mesi dell’anno è prevista l’uscita di un mio nuovo romanzo romanzo sul ’68. Né da pentito, né da apologetico. Vorrei fare soltanto un buon libro. 

 

I libri di Umberto Piersanti
 

 

 

 
 
 
 
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