Intervista a Valérie Manteau

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Giornalista, ex collaboratrice del giornale satirico “Charlie Hebdo”, una francese “innamorata” della Turchia, vincitrice del Prix Renaudot, il prestigioso premio letterario francese istituito dalla critica, Valérie Manteau è scrittrice dalla penna forte e graffiante schierata dalla parte di chi lotta per diritti umani e per la libertà di espressione. La incontro al Salone del Libro di Torino 2019 e mi rendo conto al primo sguardo di quanto sia solare e di come riesca a regalare un sorriso a chiunque si avvicini a lei.




La Turchia è un Paese a te caro: come definiresti, in poche parole, il tuo rapporto con questa terra?
Ritengo di avere un rapporto da “innamorata” con la Turchia. Posso sicuramente affermare di provare un misto di attrazione e repulsione per questo Paese. Quando la passione per qualcosa o qualcuno è molto forte, i sentimenti positivi e negativi tendono a mescolarsi: io provo proprio questo, un miscuglio di sensazioni. Mi sento fortemente innamorata, fortemente attratta, ma allo stesso tempo provo quasi dell’avversione.

Il tuo Il solco è un grido di dolore per la libertà di espressione negata. Mi interessa sapere il tuo parere su tale libertà oggi in Europa…
Secondo il giornale francese “Le Figaro”, “la libertà di espressione si consuma se non la si usa”… Penso che nei nostri Paesi, Italia compresa, la libertà di espressione esista. Ritengo, però, che ci siano delle gravi problematiche relative all’uso che si fa di questa libertà. Sono convinta, infatti, che ci siano delle grandi lacune nella espressività da parte dei media, nel modo in cui comunicano, nelle modalità che utilizzano per fare notizia. La qualità dell’informazione spesso lascia molto a desiderare, è scarna e tendenziosa, ma c’è una spiegazione, almeno per alcuni Paesi. Le minacce fisiche a psicologiche perpetrate ai danni di alcuni giornalisti sono molto più gravi della mancanza di libertà di espressione stessa.

Quanto c’è di te nel tuo ultimo libro?
Sicuramente c’è molto poco della mia vita privata o quanto meno non la descrivo in maniera dettagliata. Quello che faccio emergere è altro, è la realtà della Turchia e la mia attenzione a un personaggio come Dink. Non ho voluto concentrarmi troppo sulla situazione attuale, anche se così può sembrare, perché ho voluto comunque creare un libro che potesse guardare al futuro. Abbiamo tanto tempo davanti e sono certa che l’attuale governo prima o poi cesserà di esistere.

Cosa ha significato per te parlare di Hrant Dink?
Posso solo dire che menzionarlo, rivedere determinate cose e situazioni che l’hanno riguardato, mi ha permesso di ritrovare la mia strada.

Una parte della critica ha definito i tuoi libri “documentari con sentimento”. Sei d’accordo con tale definizione?
I miei libri hanno sempre una parte di realtà e appunto documentano un avvenimento o un periodo di vita. Personalmente penso di metterci sempre del sentimento in quello che scrivo, per cui direi di sì, mi piace come definizione.

Cosa significa per te scrivere?
Ho uno strano rapporto con la scrittura, una sorta di relazione amore-odio. Scrivere mi fa stare bene, è per me una valvola di sfogo e un mezzo di comunicazione. A un certo punto però provo una certa repulsione per la penna. Ecco, potrei dire che il rapporto che ho con la scrittura è molto simile a quello che ho con la Turchia.

I LIBRI DI VALÉRIE MANTEAU



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