Intervista a Valentina Fortichiari

Articolo di: 

Nuotatrice, studiosa di Letteratura e scrittrice, Valentina ha lavorato per tanti anni nel campo della comunicazione editoriale. È in questa veste che l’ho conosciuta e in questa veste che ho potuto apprezzare le sue qualità professionali. Dopo aver collaborato tante volte per la realizzazione di interviste a scrittori italiani e stranieri, ora che la Fortichiari si cimenta sempre più spesso nella narrativa mi ritrovo con piacere ad intervistare lei in prima persona.




Perché Leonardo Da Vinci? Da dove nasce la tua fascinazione per questo grande – e in un certo senso misterioso – personaggio storico?
Leonardo da Vinci è una ossessione antica. Come ho raccontato nella “Nota finale” al mio romanzo Non ha mai quiete, frequentavo le elementari presso la scuola “Leonardo da Vinci” nella piazza omonima, ogni giorno salendo e scendendo le scale leggevo le frasi incise sulle pareti, mi interrogavo sul suo volto che portavo sul cuore, nello stemma della scuola. Nel medesimo periodo apprendevo i rudimenti del nuoto. Leonardo e il nuoto, Leonardo e l’acqua si sono saldati dentro di me nel processo formativo. Poi Leonardo è divenuto un fiume carsico, si è interrato, solo per ricomparire parecchi anni fa quando ripresi a studiarlo, leggendo tutte le biografie e tutti i suoi scritti. Finalmente posso dire che si è concluso un ciclo, forse una autentica ossessione, che temo mi accompagnerà tuttavia, e dalla quale mi lascerò ancora abitare, come del resto mi abita la presenza di Colette.

È stato durante le ricerche per il tuo Non ha mai quiete che è nata l’idea di dedicare a Da Vinci anche un saggio?
Sì, in parte. Il romanzo è nato prima, addirittura prima di Lezione di nuoto, dedicato a Colette. In effetti, qualche tempo dopo, ho avvertito il bisogno di mettere su carta la sua vita, per tracciare le linee guida, i binari storico-cronologici su cui far correre la mia storia. I due libri si sono influenzati. Stregata da Leonardo, come ha detto bene Giulio Giorello, che mi suggerì l'idea della biografia, ho scritto un libro saggistico e insieme narrativo, che potesse certificare una ricerca seria; quasi un lasciapassare per scatenare l’immaginazione nel romanzo e raccontare un Leonardo totalmente mio, fuori dalle regole, del tutto fantasioso.

In tutti i tuoi romanzi, a partire da Lezione di nuoto, è ricorrente il simbolismo dell’acqua…
L’acqua per me è un elemento ineludibile, imprescindibile. Non è un caso che devo sperimentare quasi ogni giorno al mare, in piscina, il contatto acquatico. Il nuoto è per me una grande risorsa salvavita, insieme agli affetti e alla scrittura. Dunque, volendo raccontare questo mio rapporto, questa “passione acquatica”, non faccio che variare il tema su diversi registri. Non mi dispiace essere riconosciuta nella nicchia di scrittrice d’acqua, della letteratura natatoria. Vado anche spasmodicamente alla ricerca di tutti i libri che ne parlano. Infine, come tu giustamente hai rilevato, l’acqua è per me sempre metafora di conoscenza. Di iniziazione alla conoscenza. Di formazione del carattere.

Fisico e metafisico, corporeità e arte, il corpo come limite di un’anima che mal sopporta i limiti e prova a trascenderli: c’è un conflitto tra la carne e lo spirito sottinteso nelle storie che ti piace raccontare?
Bella domanda. No, non credo. Il contatto acquatico è sempre incontro tra corpo e anima, carne e spirito. Ho cercato di farlo comprendere con Colette, una donna di sensi, e qui ho affidato alla giovane Rachel una ricerca di gesti, di sensi, di sguardi, di fisicità mai separati da un pensiero soprattutto in assenza di voce. Quando nuoto, per esempio, non penso più ai movimenti, il corpo ormai sa quello che deve fare, io mi abbandono al flusso dei pensieri, della creatività. Vado lontana e non in senso concreto, ma con la testa. Questo è il grande piacere del nuotare, che a molti pare noioso invece è pura estasi. A volte persino voluttà.

A quale dei tuoi personaggi femminili sei più legata? A quale ti senti più simile?
Sono qua e là, sono dappertutto, anche nei personaggi meno esplicitamente autobiografici. Tuttavia, come nel mio romanzo precedente, tra Colette e Betrand, mi sentivo un pochino più in Hélène, qui direi più Rachel che Clarice, ma sono un pochino in entrambe.

Hai lavorato per moltissimi anni nel campo dell’editoria, a contatto con tanti grandi scrittori. Come ci si sente a passare dall’altra parte della barricata?
L’esperienza di “accudire” gli scrittori è stata davvero esaltante e mi ha regalato emozioni memorabili. Forse è stata questa frequentazione a contagiarmi; forse invece il virus della scrittura era già in me e lo scambio con gli autori è stato fertile anche per questa mia vicinanza empatica. Ma in fin dei conti io continuo a sentirmi al di qua della barricata, se mi permetti: continuo a soffrire, a commuovermi con gli autori, che mi sono rimasti amici. Amo scrivere ma lo faccio con quel dilettantismo che mi permette di non darmi patenti o etichette, di non prendermi troppo sul serio. Preferisco coltivare la mia vocazione saggistica sui miei amati Guido Morselli e Cesare Zavattini, gli scrittori veri che accompagnano da sempre la mia vita.


I LIBRI DI VALENTINA FORTICHIARI


 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER