Intervista a Valentino Maimone

Valentino Maimone
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Valentino è un giornalista di valore e ormai - come passa il tempo, eh? - di esperienza. Lo abbiamo incontrato per parlare della sua scottante inchiesta sul caso Davide Cervia: l'odissea della ricerca sulla sorte di un uomo che sembra una spy-story ma è, purtroppo, la realtà.

Come sei arrivato a occuparti del caso di Davide Cervia, che è al centro del tuo libro-inchiesta A.A.A. Vendesi esperto di guerre elettroniche?

Lavoravo come cronista per il quotidiano romano “Il Tempo”. Fui mandato a seguire questa storia quando era appena agli inizi e quando tutti i mass-media – a differenza di quanto sarebbe accaduto di lì a qualche tempo – si occupavano costantemente della vicenda. Davide Cervia era scomparso da poco e già da allora tutti gli indizi fino a quel momento raccolti dai familiari facevano pensare a molto più che un semplice allontanamento volontario (la tesi a lungo sostenuta dagli inquirenti). Fu durante un incontro con la moglie di Cervia, Marisa Gentile, che mi resi conto di essermi avvicinato a qualcosa di assai più complesso e intricato dei classici caso di cronaca. Si sapeva ancora poco, i dettagli del giallo erano ancora frammentari e in apparenza privi di un collegamento logico tra loro. Ma in qualche modo si riusciva a intuire che dietro la scomparsa di quell’uomo c’era una vera spy-story, un intrigo internazionale. Oltre, naturalmente, al dramma di una famiglia: ad aspettarlo a casa, quel pomeriggio del 12 settembre del 1990, c’erano la moglie allora ventottenne e gli adorati figli di due e quattro anni. Nessuno di loro poteva mai immaginare che non avrebbe mai più visto l’adorato marito e papà, costretto suo malgrado a diventare il protagonista di uno dei misteri più torbidi e colpevolmente taciuti della storia recente del nostro Paese.

 

Il lavoro di ricerca per il libro è stato agevole o hai incontrato resistenze da parte di qualcuno?

Non solo io, ma tutti i giornalisti che nel corso degli anni si sono occupati approfonditamente del caso Cervia, hanno incontrato più di un ostacolo nel loro lavoro. Minacce, inviti più o meno velati a lasciar perdere e a pensare ad altro. Rifiuti, intimidazioni. Del resto, ritardi, omissioni, reticenze e negligenze sono un po’ la costante di questa storia. Da parte della magistratura e degli investigatori (ci sono sentenze di tribunale che attestano colpevoli buchi nelle indagini), ma non solo. La prima e più grande difficoltà, nella realizzazione del mio libro? Trovare un editore disposto a pubblicare verità scomode, per quanto ormai acclarate da atti giudiziari definitivi. E poi, raccogliere e analizzare la rassegna stampa sul caso: i grandi mezzi di comunicazione, con pochissime eccezioni, hanno spento i riflettori quasi subito sul caso Cervia. È stato molto più facile, paradossalmente, avere accesso a atti giudiziari e a documenti fino a oggi inediti dei servizi segreti. Ma in ogni caso, le piccole difficoltà che ho incontrato io sono nulla rispetto all’incubo vissuto da chi questa vicenda l’ha attraversata come giornalista e come presidente del Comitato per la verità su Davide Cervia: nel mio libro ho raccolto la testimonianza di Gianluca Cicinelli (pedinato, intercettato, intimidito e minacciato apertamente perché non si occupasse più del caso), che da sola dovrebbe bastare a capire quante pressioni vi siano state e vi siano tuttora affinché di questa storia non si parli più.

 

Chi ti senti di ringraziare per essere stato al tuo fianco?

Il “grazie” più grande va alla famiglia di Davide. Alla moglie Marisa, perché ha accettato di riaprire ferite che nel corso di questi anni aveva cercato con enorme fatica di tamponare e medicare. La sua forza d’animo e il suo coraggio vanno ben al di là di qualunque retorica: conoscere una donna come lei, in grado di sopportare uno Stato incapace di fornire risposte e verità, disposta a lottare ancora perché sia fatta chiarezza e giustizia, dopo oltre 18 anni dal rapimento del marito, è un’esperienza unica. E poi un grazie al papà di Marisa, Alberto Gentile: la memoria storica del caso Cervia, “archivista” instancabile e meticoloso, più prezioso di qualunque computer.

 

Che idea ti sei fatto personalmente del destino di Cervia?

È la domanda più difficile. Nessuno può dire con certezza se Davide Cervia sia ancora vivo né dove si trovi, tantomeno se potrà mai fare ritorno a casa. I sistemi radar di puntamento di cui era tra i massimi esperti europei, in quel periodo, venivano venduti dal nostro Paese a una settantina di Stati esteri in Asia, Africa e Sudamerica: purtroppo, il più classico ago nel più grande dei pagliai. La teoria che la moglie Marisa spiega nell’intervista che conclude il mio libro, mi sembra quella più valida e intelligente.

 

Marisa Cervia nel libro elogia i giornalisti per l'attenzione data alla vicenda: tu sei proprio sicuro che i mass-media non potessero e non possano fare di più in questi casi?

Marisa ha sempre espresso la massima riconoscenza solo nei confronti di quei giornalisti che non hanno seguito il branco. Gli “irregolari”. Quelli che hanno continuato a cercare di tenere alta l’attenzione sul rapimento di suo marito, nonostante i loro capi li invitassero apertamente a occuparsi di qualcosa di più “attraente” e appetibile per le cronache quotidiane: troppo difficile e rischioso cercare la verità su una vicenda così triste, buia, pericolosa, collegata al lato peggiore di una parte delle nostre istituzioni. Ecco chi elogia Marisa. Purtroppo, però, rappresentano una fetta minima della grande stampa e dei mass-media in genere. Che sì, avrebbero potuto e dovuto fare molto di più.

 

Qual è il messaggio, l'insegnamento che questa brutta storia ci lascia?

Da cittadino, di fronte a un mio connazionale sequestrato perché indispensabile corredo di una partita d’armi venduta a un Paese straniero; di fronte all’abulia colpevole di uno Stato reticente, pronto a ignorare due appelli del Papa e 130 mila firme di cittadini che chiedono la verità; di fronte all’irrisoria facilità con cui un uomo può essere portato via alla propria famiglia in nome di fantomatici, oscuri e indicibili interessi superiori, non posso che indignarmi. Ma proprio perché storie orribili come questa possono ripetersi – e chissà, magari si stanno ripetendo anche nei giorni che stiamo vivendo – dobbiamo tutti tenere la guardia alta. Noi giornalisti, come tutti coloro che fanno comunicazione in genere. Ma anche e soprattutto la gente comune: di coscienza civica, in questo Paese, si sente ancora tanto bisogno. Il caso del rapimento di Davide Cervia, 18 anni dopo, attende ancora la verità: chi sa qualcosa, anche un solo, piccolo elemento, magari in apparenza insignificante, è il momento che si faccia avanti. Basta un’e-mail: valentino.maimone@gmail.com

 

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