Intervista a Vanni Santoni

Vanni Santoni
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Vanni Santoni è uno di quegli artisti polimorfi, capaci di adattarsi a qualsiasi foglio di carta gli si piazzi sotto gli occhi. Si può stare certi che saprà come animarne il candore. Sbarcato sulla carta stampata grazie al concorso Scrittomisto indetto dalla RGB, è anche giornalista per l’edizione toscana de Il Corriere della Sera, ha collaborato (e collabora) con diverse testate culturali – cartacee e digitali – ritagliandosi uno spazio apprezzato nel panorama letterario italiano. Si contraddistingue per schiettezza, stile diretto, passione per l’approfondimento psicologico dei personaggi e per la capacità di fornire al lettore molteplici chiavi di lettura.




Come nasce la figura del Vanni scrittore, considerata la tua già importante esperienza in campo giornalistico?
La mia carriera letteraria nasce parallelamente a quella giornalistica: mi sono avvicinato alla scrittura piuttosto tardi, dopo l'università, mentre cercavo ovunque collaborazioni per diventare pubblicista – anche se poi va detto che al Corriere Fiorentino sono arrivato più grazie ai miei romanzi che per la gavetta, comunque fatta, tra giornali locali e siti d'informazione. Fu in quel periodo – era il 2004 – che trovai un numero della rivista Mostro in facoltà e inviai un racconto in redazione: da lì presi a frequentare le riunioni di redazione e a scrivere racconti e poesie per la rivista stessa, o meglio a cercare di scriverli perché il loro livello era già alto mentre io dovevo ancora imparare i fondamentali. Cominciò tutto da lì: a partire dalla necessità di competere con gente più brava ed esperta di me scattò, anzi si spalancò, qualcosa, scrissi pacchi di racconti, sempre molto brutti ma comunque ognuno un po' migliore dell'altro, e già nel 2005 mi ero buttato su un romanzo – si intitolava Vasilij e la morte e vinse un concorso per esordienti, ma la casa editrice si comportò scorrettamente e il libro non venne mai pubblicato. Esordio rimandato. E non la vissi bene. Tra il 2005 e il 2006, poi, il mio blog Personaggi precari cominciò a essere piuttosto seguito, ma cominciai a pensarlo come qualcosa di letterario solo dopo che un estratto fu pubblicato sulla rivista GAMMM. Nel 2007 una selezione fu tra i testi vincitori del premio "Scrittomisto" delle ed. RGB e diventò un libro, che pur nella sua limitata tiratura era distribuito a livello nazionale: stavo in libreria! Si poteva fare! Ancora nel 2007 sono stato fondatore assieme a Gregorio Magini, uno dei membri originari della rivista Mostro, del progetto SIC - Scrittura Industriale Collettiva che ha prodotto nove racconti e il romanzo storico In territorio nemico, i cui lavori si sono protratti dal 2009 al 2012, fino a  uscire poi nell'aprile 2013 per minimum fax. Nel 2008 ho pubblicato Gli interessi in comune per Feltrinelli, e da lì ho iniziato a pensare che questa cosa dello scrivere romanzi per mestiere si poteva fare per davvero. Dopo ci sono stati, oltre a In territorio nemico, L'ascensione di Roberto Baggio scritto assieme a Matteo Salimbeni, anche lui ex-Mostro, per Mattioli 1885, Se fossi fuoco arderei Firenze per Laterza, Tutti i ragni per la collana ZOO della :duepunti, l'edizione definitiva di Personaggi precari per Voland, fino a Terra ignota per Mondadori. In questo momento, oltre al secondo volume di Terra Ignota, sto lavorando a un nuovo Contromano Laterza e a un romanzo lungo che vedrà la luce, a occhio, tra almeno tre anni...
 

Quanto spirito di denuncia e di allarme c’è ne Gli interessi in comune, e quanto invece la tua idea era semplicemente quella di fotografare uno spaccato di vita reale?
Assolutamente nessuno spirito di denuncia né tantomeno di allarme. L’opposto anzi: i personaggi de Gli interessi in comune collezionano esperienze psichedeliche, e più in generale psicotrope, anche esponendosi a rischi, ma non sono in alcun caso marginali, anzi per molti versi sono migliori dei loro pari e dei loro stessi genitori. 
Inoltre, per quanto involontario, il loro approccio alle sostanze è animato da con spirito che potremmo ben definire gnostico: una ricerca, disordinata e a tratti drammatica (ma solo perché la società rifiuta e criminalizza tale ricerca, e per di più si trovano in un paese in cui anche la controcultura, o quel che ne rimane, non la vede necessariamente di buon occhio), che è piuttosto una reazione alla crisi valoriale del mondo in cui sono immersi, e non un sintomo, quale alcuni hanno ravvisato, di una loro mancanza di valori.


Quale tipo di lettore credi possa davvero apprezzare ed entrare appieno nel tuo libro?
Non credo che quando si scrive si debba mai pensare a “tipi di lettori”.

 
Che cosa ha smesso di funzionare in quelli che sono sempre stati definiti (forse a torto) “i migliori anni della nostra vita”?
A conti fatti, niente. Al di là del fatto che, a distanza di cinque anni, il ricordo che mi rimane dei vari Mella, Iacopo, Malpa, Dimpe, è quello di figure del tutto positive, mi pare oggettivo che il decennio italiano ’94-’04 narrato ne Gli interessi in comune sia stato comunque migliore di quello successivo.


Nel tuo precedente libro (quello vincitore del Gran Premio Scrittomisto) parlavi di precari, argomento quanto mai tangibile per molti di noi. Sotto quale punto di vita e con che toni?
A una simile domanda, dopo sei anni da quella prima versione di Personaggi precari, e a qualche giorno dall’uscita della nuova versione per Voland, hanno risposto in molti, meglio di quanto potrei fare io. Tra tutte le risposte credo che quella di Raoul Bruni, che proprio di questa nuova edizione Voland è diventata la postfazione, sia la più completa.


Tra le molte esistenti, quale ritieni sia una delle realtà editoriali più interessanti del momento, e perché?
Mi piace quello che sta facendo Genna col Saggiatore.


Che cosa credi manchi, se qualcosa manca, alla critica culturale italiana?
Più spazio sui giornali.


Ci racconti come sei passato dalla gioventù bruciata de Gli interessi in comune all'affresco postmoderno di una Firenze prigioniera del suo stesso passato di Se fossi fuoco arderei Firenze?

In realtà Gli interessi in comune e Se fossi fuoco arderei Firenze sono due romanzi molto vicini tra loro, quasi l’uno il seguito dell’altro. Ne Gli interessi in comune avevamo una gioventù di provincia che, nel suo reiterare giorni e abitudini, guardava comunque alla città come una possibile meta, come una possibile salvezza; in Se fossi fuoco, la città si rivela invece come pozzo senza fondo delle aspirazioni, il luogo dove ci si perde, o si vivacchia, o si finisce schiacciati dai titani. Dunque, anche se la struttura narrativa è diversa, e diverse sono le abitudini dei protagonisti, si tratta di due libri complementari, anche considerando che Gli interessi in comune racconta le (dis)avventure di un gruppo di ragazzi preso pressapoco tra i sedici e i ventisei anni, mentre la maggior parte dei protagonisti Se fossi fuoco arderei Firenze appartengono alla coorte subito successiva, quella postuniversitaria, che una volta andava dai venticinque ai trenta e ormai arriva anche fino ai trentacinque o ai quaranta.

Di cosa avrebbe bisogno Firenze per scrollarsi di dosso l'eterna immagine da splendida cartolina un po' retrò fatta solo per turisti?
Sarebbe bello avere la soluzione. Certo servirebbe più attenzione a chi fa cultura contemporanea e non si limita a vivere sopra la cultura fatta da altri seicento o settecento anni fa. Lo sosteneva anche Papini nel 1912, non sto dicendo nulla di nuovo. È pazzesco che una città che sempre più avrà nella cultura il proprio unico asset rischi di lasciar morire uno spazio come La Cité, solo per citare il “caso” più recente. Servirebbe più coraggio politico nel sostenere le cose che funzionano e permettere la nascita di spazi come il fu Elettropiù, che fu un acceleratore culturale di inusitata forza – molto di ciò che di buono viene fatto oggi a Firenze nei più diversi campi della cultura si è formato lì – e nasceva dalla concessione in comodato d’uso gratuito di un grande stabile a un gruppo di ragazzi politicamente e culturalmente attivo.

Mi sembra ci sia un buon fermento culturale che gravita in questi anni attorno a Firenze. È possibile secondo te intercettalo e canalizzarlo in un nuovo Rinascimento?
Come detto, servirebbero investimenti reali in questo senso. L’impressione è che Firenze periodicamente generi fermenti, che però si spengono dopo un primo ciclo, in quanto non supportati dalle istituzioni. Anzi, spesso, neanche visti.

Ami spesso spaziare tra i generi, non perdendo mai di vista la realtà. Il libro su Baggio scritto con Salimbeni come si inquadra nella tua produzione?
Ah, L’ascensione di Roberto Baggio... Anche se è uscito solo nel 2011 è uno dei primi progetti letterari su cui ho lavorato. L’idea nacque durante una riunione di Mostro, ai tempi in cui stavo ancora lavorando al primo embrione degli Interessi in comune, quindi nel 2005. Alla fine, nonostante il tema calcistico e le quattro mani, è un libro abbastanza organico al resto del mio piccolo canone, la forma episodica rimanda in parte a Se fossi fuoco arderei Firenze, il largo uso del dialogo è una caratteristica di tutta la mia narrativa, e poi in fondo L’ascensione è anche un libro fantastico e quindi in qualche modo precursore di Terra ignota...

Cosa c'è di letterario in un campione come Roberto Baggio?
Tutto. Il movimento impossibile. Il nomadismo. L’eccellenza. L’incomprensione. Le continue resurrezioni. L’errore decisivo. L’amore del popolo, l’odio dei potenti. Per citare noi stessi: "Roberto Baggio è Zeus il travestito. Di più: è Ra dall’occhio raggiante, la cui luce tocca i nani e li cresce giganti. È un’avatara, un’incarnazione, il delirio più avanzato di un dio: una proiezione divina fatta di carne e di sangue”, o anche: “Roberto Baggio è un uomo… Ma è anche un miracolo”, e “È il frutto e l’oppio e l’orgoglio e il travaglio e la speranza e la coscienza e lo specchio del popolo”, oppure “Roberto Baggio è tutto” e infine “Roberto Baggio può essere tutto”.

Ci dici qualcosa in più sulla tua ossessione per i ragni che hai voluto celebrare nel tuo divertente racconto Tutti i ragni?

Da piccolo li adoravo. Li uccidevo anche, ma comunque li adoravo. Potevo stare ore seduto davanti a una ragnatela a buttare formiche al ragno e guardarlo mentre le paralizzava, imbozzolava e uccideva. Lo so, non è una bella cosa. Poi, non so esattamente quando, nell’adolescenza, iniziarono a farmi prima schifo, poi paura. Diverso tempo più tardi, anche qui difficile dire la data, ma penso intorno ai venticinque o ventisei anni, ecco che non mi spaventavano più, anzi mi risultavano nuovamente affascinanti. Fu un fenomeno curioso, così quando Giorgio Vasta mi chiese di partecipare alla collana Zoo, andai a colpo sicuro sui ragni. In realtà per un attimo fui indeciso tra i ragni e le scolopendre, altro animale su cui avrei diverse cose da dire, ma la maggiore potenza simbolica, in generale e non solo per me stesso, del ragno, mi ha spinto poi su di esso.

Assieme a Gregorio Magini hai ideato e coordini il progetto Scrittura Industriale Collettiva (SIC), che ha portato di nuovo all’attenzione del pubblico il tema della Resistenza con il romanzo corale In territorio nemico: puoi spiegarci a grandi linee come funziona SIC?
Per dirla nel modo più breve, SIC è un metodo di scrittura collettiva per gruppi e masse fondato sulla divisione del lavoro e sulla scomposizione e ricomposizione della materia narrativa. Tuttavia, in sei anni di convegni, saggi, tesi di laurea, articoli e post, il materiale concettuale intorno al metodo SIC è così vasto che sarebbe riduttivo rispondere adesso con queste due parole. Proprio allo scopo di fornire a chi si avvicinasse solo oggi alla SIC una mappa sintetica e decifrabile in mezzo a tanti materiali, abbiamo creato una piccola “sitografia”, che raccoglie gli interventi più rilevanti, organizzati per linee tematiche. La si può trovare qui – naturalmente contiene anche i link più adatti per approfondire il metodo: http://www.minimumfax.com/libri/speciali/256/1

La gestione di centinaia di scrittori è un’esperienza arricchente o frustrante per uno abituato a scrivere in prima persona le sue storie?
Solo positiva. Faticosa, ma positiva. I lavori di In territorio nemico mi hanno dato moltissimo come scrittore, sono stati un vero e proprio solve et coagula rispetto alla materia romanzesca, alla struttura, alla vicenda. E anche una grande scuola di editing, il che aiuta poi ulteriormente nel lavoro anche sul proprio testo.

Ho fantasticato per qualche istante sull'idea di una ‘conversione’ e il tuo lavoro su Terra ignota - Risveglio mi è apparso sotto una luce diversa. Beh, sarebbe 'meraviglioso' dedicarsi del tutto al fantastico finendo con l'esplorare in aeternum “terre ignote”...  Insomma, Santoni HG e la produzione fantastica: sic et simpliciter un percorso parallelo?

Parallelo non significa necessariamente minore. Per quanto il primo Terra ignota sia anche un romanzo autoconclusivo, con tre volumi avremo, credo, una saga di un certo respiro, e già c’è l’idea per un prequel, un libro affatto diverso che spieghi, in modo diciamo “metafisicamente corretto”, perché il mondo di Terra ignota è così pieno di rimandi al nostro mondo e al suo canone fantastico. In ogni caso adesso sto lavorando a un nuovo Contromano per Laterza, e finito quello la mia attenzione andrà a un romanzo “letterario” parecchio grosso, di cui sto prendendo le misure già da un po’ di tempo, e che sicuramente mi prenderà diversi anni. Quindi, dopo la fine della serie Terra ignota per un po’ non tornerò al fantastico, ma in futuro non escludo certo di rispolverare l’HG.

Stai seguendo una saga fantasy (ehm, a proposito, il secondo romanzo di Terra Ignota non ci farà attendere molto?)? Ti chiedo inoltre qual è la tua top five del genere.
Al momento, fin troppo ovvio, Le cronache del ghiaccio e del fuoco. Se tutto va bene il secondo volume di Terra ignota sarà fuori per il prossimo autunno, vediamo... Le classifiche sono sempre pericolose. Sicuramente è per me pilastro cruciale, oltre a Il Signore degli Anelli, la saga di Queste oscure materie di Philip Pullman. Uscendo dal fantasy in senso stretto, aggiungerei tra i “fondamentali” del fantastico anche Le città invisibili di Italo Calvino, tutta l’opera di Lovecraft, L’Orlando Furioso dell’Ariosto, L’Aleph e Finzioni di Borges.

Un breve estratto di Risveglio che ti piacerebbe citare...
Premesso che preferisco parlare semplicemente di Terra ignota anche per questo primo libro – i sottotitoli sono lì giusto per fare un po’ di ordine, tengo molto al prologo, per come è nato. Inizialmente non doveva esserci, non c’era, poi, una volta che mi si chiese di raccontare il libro e mi “piantai”, realizzai che serviva qualcosa che settasse il tono: un libro fantastico non può cominciare con un dialogo, deve dare innanzi tutto un senso di mondo. Amo molto anche tutta la parte con Val e Ailis che attraversano Broceliande, ma temo che a proporla si incorrerebbe in involontari “spoiler”, dunque propongo il prologo.

Comparve attraverso i rami degli abeti profumati e carichi di resina, scintillante l’armatura e alto l’arcione, terribile a vedersi con le corna di cervo sull’elmo e la greve lancia ritta sul fianco della sella. Era giunta all’ultima fonte; dopo di essa non vi era che il mare, e poi l’isola, dove era diretta. 
Aveva esplorato ogni paese e imparato la saggezza; visto misteri e conosciuto cose segrete. Era una dei Dodici, e i Dodici erano lei; il Sogno riverberava dall’Imperatrice in lei e nel mondo, e lei stessa dell’Imperatrice era l’occhio e la mano: era, mentre cavalcava, il mondo stesso e lo spazio e il tempo; nel passo del suo cavallo e nella linea del suo sguardo erano ogni orizzonte e strada, e il termine e l’inizio di tutte le storie; lei era ogni cavaliere ed eroe e uomo d’arme, ed era ogni viaggiatore e vagabondo e folle che percorresse la linea dal centro al fuori, e ogni donna, uomo, animale o cosa che portasse lontano dal pericolo un neonato dal grande destino. Un tempo il mondo era stato come un disegno infantile nel suo palmo, ma adesso si faceva di giorno in giorno più grande e sconosciuto, mentre l’armatura risultava più fredda e pesante, le valli più lunghe e profonde, la strada meno chiara e più irta di pericoli. Uscirono dai cespugli sui lati del sentiero. Erano cinque, avevano forconi e una picca. Mai, in passato, dei briganti o dei villici avrebbero osato muovere il legno o il ferro contro qualcuno par suo: contro uno dei Dodici.
Sollevò il fagotto dalla sella. Fece attenzione a prenderlo piano, perché il suo guanto era ferrato. L’armatura era il simbolo e il riflesso della purezza dei suoi intenti, e tuttavia ogni giorno diventava più simile al metallo di cui era fatta, un cumulo di acciaio che quando non si combatte è bene lasciare altrove o far portare a uno scudiero e al suo asino. I cinque briganti, o villici, si fecero avanti.
 Reggendo il fagotto con una mano, con l’altra sfoderò la spada. Un tempo, al solo vedere lo scintillare dell’armatura, le corna sull’elmo, il destriero pronto all’assalto, sarebbero fuggiti. Adesso non bastava una lama snudata: eccoli farsi sotto, perché ciò che volevano era proprio la spada, l’armatura, l’elmo, il cavallo.
 Guardò il fagotto, la neonata al suo interno, la conchiglia che aveva al collo. Se solo sapeste il valore di tutto questo, disse fra sé, ma subito le arrivò un colpo di forcone. Rimase in sella, il forcone non aveva penetrato la corazza e si era incagliato sul fianco. Lo spaccò con una gomitata. L’uomo che lo brandiva fece un passo indietro, e con lui i suoi compagni. Voltò il cavallo verso l’uomo con la picca. Dopo un momento di titubanza, i villici si fecero avanti di nuovo, e proprio quello con la picca affondò per primo. Era un buon affondo, tirato con l’intenzione di uccidere. Lei deviò la punta dell’arma con la spada, mentre ai suoi ordini il cavallo impennava, e con gli zoccoli fracassava la testa del nemico.
Gli altri quattro, prima ancora di realizzare che il loro compagno era caduto, le furono sotto, tutti insieme. I forconi colpirono, ma l’acciaio era impervio e la posizione salda. Alzò la spada, e il sole vi si rifletté; poi l’abbassò, e un cranio fu spaccato in due. I superstiti fuggirono, lanciando insulti e maledizioni.
Si tolse l’elmo e lo poggiò sull’arcione, lasciando che i capelli si svolgessero; poi si sfilò uno dei guanti ferrati e con l’indice e il medio – le sue dita, che erano sempre state candide e lisce, mani di dama e di vergine, adesso cominciavano a mostrare i segni del guanto e delle armi – carezzò la neonata; la carezzò sul capo dai radi capelli castani, sulla guancia e sul mento.
— Ammazzare dei villani, così in basso siamo caduti. Ma del resto si dice che questa sarà l’era degli uomini. Tu che ne pensi, piccoletta?
La neonata le morse il dito.


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