Intervista a Vasile Ernu

Vasile Ernu
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Vasile Ernu, classe 1971, ha trascorso in Unione Sovietica i primi vent’anni della sua vita (e gli ultimi del regime) e li ha descritti nel suo libro d'esordio. Quest’anno il Paese ospite del Salone di Torino è stato proprio la Romania (insieme alla Spagna): abbiamo quindi avuto modo di incontrarlo di persona, Vasile. Scrittore, filosofo, redattore e giornalista, in jeans e occhiali da sole Ray-Ban.




Qualche cenno biografico. Come mai sei andato in Romania una volta crollata l’Unione Sovietica?
Sono cresciuto in una famiglia di origine romena, io stesso scrivo in romeno che considero la mia lingua madre. Come spesso accade in casi simili, sono andato in Romania semplicemente per studiare filosofia  all’università, e poi sono rimasto lì.


In Nato in URSS il lettore viene immerso nell’epoca sovietica e si diverte pure, vivendo lo spirito scanzonato di quel tempo. Questo è sicuramente il pregio più rilevante dell’opera. Qual è secondo te il suo maggior difetto?
Ho terminato la stesura del libro con la sensazione che avrei dovuto scrivere molto di più. Volendo, potrei riprendere il libro ogni due anni, tante sono le cose che ancora ho da dire in merito. Ma questo potrebbe anche rivelarsi rischioso: potrei non finire mai, e a un certo punto bisogna pur chiudere certi capitoli.


Visto che non è venuto fuori l’argomento dalla tua precedente risposta, ti chiedo: come mai hai parlato così poco degli scrittori perseguitati dallo Stato? È una lacuna piuttosto stridente, in quest’opera.
A dire la verità non ne ho parlato per un motivo molto semplice: perché non ho vissuto direttamente quell’esperienza. E poi quello che mi interessava era parlare di un argomento diverso dagli avvenimenti più duri e repressivi della storia della Russia. Ovviamente qualche riferimento nel libro lo si può trovare, in qualche brano spiego anche chi fossero i dissidenti. Mi sono limitato a raccontare la mia esperienza, quello che ho vissuto sulla mia pelle. Inoltre volevo che passasse questo messaggio: la vita continua nonostante il regime. Dare troppa importanza al sistema politico ne toglie alla vita delle persone comuni, che è ciò che mi interessa davvero.


In Nato in URSS fai una netta distinzione tra “noi” (i sovietici comunisti) e “loro” (gli americani capitalisti). Che cosa pensi invece dell’Europa del secolo scorso? Aveva qualche significato nel dualismo appena indicato?
Nel Novecento esistevano solo questi due grandi blocchi: l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti d’America. L’Europa è sempre stata una periferia dell’America, una colonia oserei dire. Una terza via non era contemplata: o comunismo, o capitalismo. In Unione Sovietica c’era la speranza di entrare in un nuovo mondo.


Che cosa pensi della politica russa attuale?
La Russia oggi è un Paese avvolto in una sorta di nazionalismo identitario, in cui l’autoritarismo è non repressivo, ma di controllo. Il controllo viene esercitato attraverso meccanismi finanziari. Probabilmente noi consideriamo repressiva questa forma politica, ma in realtà non lo è, la Russia non è un Paese più autoritario dell’America, solo non c’è una significativa pressione dal basso. La stampa è controllata dai grandi gruppi, così come in Italia, o in Romania.


Qual è la tua opinione sulla letteratura russa contemporanea?
Ci sono stati dei mutamenti importanti negli ultimi dieci anni, in Russia, e la letteratura è in piena fase di rinascita. Ci sono scrittori importanti che verranno letti tra qualche anno come classici, uno su tutti Zachar Prilepin, penso al suo “San’kja”, come anche Vladimir Sorokin o Michail Elizarov. Per quanto riguarda la generazione precedente ammiro molto Victor Pelevin e Ljudmila Ulickaja.

I libri di Vasile Ernu

 

 

 

 
 
 
 
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