Intervista a Vincenzo Latronico

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Esordisce a 23 anni, traduce da quando ne ha 18 e (pochi giorni dopo l'intervista, a proposito, auguri), è dottorando in Filosofia. È spesso in giro per presentare il suo romanzo, ma riusciamo in breve a combinare un’intervista.

 

Studi Filosofia all’Università: quanto ti manca per finire?

Ho finito. Mi mancano “meno otto mesi”. Sto facendo le pratiche per il dottorato, che mi è stato già detto che non passerò. Però non ho ancora fatto l’orale.

 

Com’è studiare Filosofia alla Statale di Milano?

Like anything else... Ma io mi sono trovato molto bene, ho imparato tantissimo sì a livello di contenuti ma soprattutto a livello di metodo. Ho avuto la fortuna di incontrare professori fantastici che si sono presi anche la libertà di guidarmi, di fare delle cose che non erano loro richieste. Ecco, io ho avuto un’esperienza all’Università, a Filosofia, veramente ottima, in confronto a un’esperienza a Lettere davvero disastrosa, che in parte è stata replicata in un capitolo del romanzo. Mi stavo laureando in Lettere, avevo un ultimo esame di Filosofia che ero andato a dare molto demotivato perché è uno degli ultimi esami, lo fai così, studiando una settimana. L’esame è andato molto bene e il professore mi ha detto: “Ma perché non studia Filosofia?” e io: “Già, perché no?”. Mi sono trovato molto bene nonostante tutto l’apparato, nonostante il contorno e non certo grazie a esso.

 

L’avresti fatto lo stesso questo cambio se non avessi avuto la possibilità di lavorare e guadagnare?

Sì. Lettere a Milano è colonizzata da una certa impostazione critica, da un certo gusto, che mi sembra superato e storicamente determinato - nel senso più bieco del termine – ma anche poco interessante. La critica della ricezione, l’idea della letteratura come micro sociologia, è una cosa secondo me svilente: per la letteratura, per la sociologia, per i critici che dovrebbero passare il tempo a farsi domande tipo: “Che cosa trovava il pubblico dei fotoromanzi nei fotoromanzi?” invece di chiedersi cose interessanti come: “Perché Leopardi è un genio?”. Trasformi la critica letteraria, che è già borderline, con la perdita di tempo, in una perdita di tempo tout court. È un po’ come la filologia dantesca: certo che è importante, non avremmo Dante come lo abbiamo e come lo amiamo se non ci fossero dei filologi che si sono spaccati la testa per decenni sui codici. Detto questo: tu vorresti fare filologia dantesca? No. Forse la critica della ricezione è una cosa analoga, è un male necessario, però… not in my name.

 

Quando hai cominciato a scrivere?

E' una domanda a cui non so rispondere. Da quando sono piccolo mi piace pensare delle storie, scrivere, delle storie. C’è un momento in cui lo fai come un bambino e un momento in cui lo fai da scrittore: non sono ancora arrivato al momento in cui dico: “Lo faccio come uno scrittore”.

 

Beh insomma, hai pubblicato un libro!

E che centra? Immagino che quando sei considerato come uno scrittore hai una certa autorevolezza, una certa convinzione della validità di quello che scrivi, per cui se qualcuno ti stronca e ti dice che è una schifezza, tu dici: ma recupera il senno. Io non ho ancora raggiunto questo stadio.

 

Perché nessuno ti ha detto che scrivi schifezze, forse?

Te piacisse! No, no, in effetti finora mi è andata bene.

 

Perché hai voluto scrivere un romanzo generazionale?

La parola “generazionale” è un’etichetta fuorviante. Perché se lo stesso libro, parola per parola come Pierre Menard, fosse stato scritto da un ottantenne, non sarebbe stato “generazionale”. È una cosa più legata all’età dell’autore, dei protagonisti, che non al contenuto in sé del romanzo. È un romanzo di formazione, forse sì, che in una qualche misura è storicamente determinato. Secondo me, meno di quello che potrebbe sembrare. Al di là del fatto che i miei protagonisti attraversano certe esperienze, certi movimenti storici che sono gli stessi che ho attraversato in parte io, o che puoi avere attraversato tu, mi sembra che in fondo sia una cosa accessoria. Mi sembra proprio una di queste categorie… “giornalistiche”. Sono sempre stato affascinato dal fatto che ci si possa avvicinare a un libro ignorando chi sia l’autore, qualunque cosa sul suo conto. Forse un tempo era più possibile di quanto non lo sia adesso. Però mi sembra che le conclusioni riguardo a un certo libro o al mio in particolare, mi sento di sottoscrivere sono quelle che uno può trarre dal libro senza pensare poi chi può averlo scritto, che cosa può avere avuto in mente, se forse… Io non so quanti anni avesse Frank Baum quando ha scritto Il Mago di Oz, uno potrebbe dire che se l’avesse scritto a sedici anni o a ottanta, cambierebbe radicalmente la prospettiva, anche l’interpretazione che puoi dare del Paese di Oz: un sogno d’infanzia come quello de Il Grande Meaulnes, piuttosto che un Paradiso Perduto che potrebbe pensare un ottantenne che vede ormai il regno della giovinezza come irraggiungibile, ma chi se ne frega? Uno legge Il Mago di Oz e lo carica del suo significato. È un libro in cui in questo periodo sto pensando molto, per questo l’ho tirato fuori. Ma insomma, io volevo dire delle cose.

 

Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro Ginnastica e rivoluzione?

Tanto e poco. Molte delle cose che ho narrato sono cose che ho vissuto, che ho visto più o meno diagonalmente. A livello di mente collettiva il percorso che fanno i personaggi è un percorso che ho vissuto anche io, però non c’è nessun personaggio in cui mi riveda veramente, se con questo si intende “autobiografico”. Di certo non nell’io narrante, perché è uno stronzo.

 

A me non è sembrato tale. Non ho capito nemmeno perché gli altri personaggi, Cas per esempio, lo sgridassero perché aveva lasciato Julie. Che doveva fare? Lei gli imponeva istanze che non poteva accettare...

È molto debole. Non aveva voglia di esplicitare la sua incapacità di accettare le istanze, e di farle quadrare con l’immagine di vita che si era costruito - non un’immagine corrispondente alla realtà - e non voleva dover affrontare con se stesso la questione del perché costruirsi un’immagine della propria vita che non corrisponde alla realtà, per cui preferiva per così dire “tagliare” le corde che stringevano troppo. Se c’è un personaggio di cui sottoscriverei ogni parola è SS, un disadattato. In fondo la metafora del romanzo è una metafora del potere, cioè se è possibile cercare un interstizio in cui espandersi, in cui sistemarsi, rifiutando l’alternativa tra compromesso e opposizione insensata, opposizione polacca dei cavalli contro i carri armati. Chiedersi se è possibile trovare un interstizio in cui è possibile iniziare un percorso che porterà magari altrove, porterà a espandersi. Se è possibile, rifiutare la dicotomia fra schiavo e ribelle. Ovviamente il romanzo finisce in modo, per così dire, “tronco”, perché è una domanda a cui non mi sento di dare una risposta.

 

Il tuo scrittore vivente preferito?

Antonio Moresco. Perché mi sembra sia l’unico scrittore (almeno di quelli che ho letto perché di sicuro ce ne saranno altri) che ha un’ambizione sfrenata per la letteratura. Considera la letteratura in grado di parlare di ogni cosa e di affrontare ogni problema. Di essere lo strumento per capire e interpretare, intercettare certe sessioni che in nessun altro contesto possono essere rese evidenti. Anche adesso il lavoro che sta facendo con I canti del caos, che ha intenzione di proseguire non sa ancora come, sull’umanità come specie, i grandi mutamenti a livello globale, sul senso di quello che sta accadendo, le mutazioni della morale relative anche alla possibilità che l’uomo ha di reagire su se stesso, come individuo ma anche come specie, come evoluzione coatta. Mi sembrano dei temi grandissimi, volendo fare libri grandiosi ma anche se fossero libri brutti. Varrebbero più di un bellissimo libro su una passeggiata. Io ho la sensazione spesso, leggendo adesso anche grandi scrittori classici come Garcia Marquez, che sia una versione estremamente elaborata di una passeggiata. Quando la letteratura potrebbe avere gli strumenti o le ambizioni per affrontare qualcosa di più totale.

 

Ma secondo te lo scrittore deve essere un moralista, cioè anche se non come Tolstoj ma deve comunque insegnare qualcosa?

Dovrebbe. Io non mi sento in grado di farlo però ecco, quattro anni fa se mi avessi chiesto qual era il mio scrittore preferito ti avrei risposto Kurt Vonnegut, che è veramente un moralista. Ma un moralista ingenuo, un moralista come i latini proprio. Penso che se tutti gli umani avessero la coscienza di Kurt Vonnegut, il mondo sarebbe un posto migliore.

 

Mi dici dieci titoli di libri che secondo te si dovrebbero leggere prima di arrivare a vent’anni?

Mattatoio numero 5 di Kurt Vonnegut, Gli esordi di Antonio Moresco, Seminario sulla gioventù di Aldo Busi, Il Grande Meaulnes di Alain Fournier, Il barone rampante di Italo Calvino, Le illusioni perdute di Honorè de Balzac, The rich boy, un delicatissimo racconto di Francis Scott Fitzgerald, Il cardillo addolorato di Anna Maria Ortese, Il Mago di Oz e la Vita di Vittorio Alfieri.

 

Hai altre passioni, a parte la letteratura?

Andare in bicicletta.

 

Secondo te c’è una qualche confusione tra vero e falso?

A proposito di moralisti, e riguardo alla confusione tra vero e falso, trovo una citazione dalla prefazione a Madre notte di Kurt Vonnegut, che inizia così: “Questo è l’unico dei miei racconti di cui io non conosca la morale. Non è una morale meravigliosa, non credo, si dà soltanto il caso che io non sappia di quale morale si tratti. Ed è questa. Noi siamo quello che facciamo finta di essere, per cui dobbiamo stare molto attenti a quello che facciamo finta di essere”. E a questo punto devo leggere anche la fine, che è così bella che bisognerebbe ripeterla più spesso: “Questo è quello che penso dei nazisti. Anche un’altra cosa: suppongo che se io fossi nato in Germania, nel momento giusto, sarei stato nazista anche io. E avrei massacrato ebrei, zingari, e polacchi. Lasciando sporgere i loro stivali dai cumuli di neve. Riscaldandomi all’idea della mia segreta virtù. La vita è così.”

 

I libri di Vincenzo Latronico:

Ginnastica e rivoluzione

 

 

 
 
 
 
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