Intervista a Violetta Bellocchio

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“Scrittrice di fiction, scrittrice di nonfiction, ha ben presente la distanza tra i due generi”, ci tiene a precisare Violetta Bellocchio sulla sua pagina Facebook. Autrice di successo, giornalista («Rolling Stone», «IL», «Rivista Studio», «Wired», «E-Il mensile», «Link», «Internazionale» e tante altre testate), docente alla Scuola Holden, fondatrice della rivista online «Abbiamo le prove», un contenitore di storie vere scritte da donne italiane. La sua vita gira attorno alla scrittita praticamente da sempre, e si vede anche dalla facilità e dalla generosità con cui dialoga con noi via mail.




Partiamo dal titolo del tuo romanzo Mi chiamo Sara, vuol dir principessa. Sara vuol dire (davvero?) principessa. E come ogni storia di principesse che si rispetti, il tema della bellezza è centrale. Secondo te al giorno d'oggi si tende a privilegiare il bello, l’appariscente, rispetto al vero talento?
Sono tentata di risponderti “sì”, ma sarebbe una verità troppo parziale. Oggi, come nel periodo che ho raccontato, è molto forte il desiderio di mostrare se stessi come dei vincenti: belli, ma anche sempre al passo con le novità, sempre più veloci degli altri, e pronti a cambiare in un lampo se un'altra pelle sembra più desiderabile. Forse, al limite, oggi non c’è mai stato tanto talento in giro; ma forse non è mai stato così difficile emergere, trovare il proprio pubblico, farsi notare davvero. E questo vale per chi lavora con la superficie – Sara insieme a milioni di altri ragazzi e ragazze – come per chi cerca di spingersi in profondità.

Sara e Layla di Sono io che me ne vado sono due personalità molto forti e molto differenti fra loro. Come hai trovato le loro voci? Come nascono, in generale, le storie che racconti?
Faccio fatica a tornare indietro nel tempo fino al mio primo romanzo, quello che hai citato tu, e a trovarci un filo di continuità con quello che il mio lavoro è diventato; se ci ripenso vedo una buona voce narrante, ma vedo anche una scrittrice molto piccola, troppo preoccupata di sembrare intelligente (cosa che a un romanzo – secondo me – non giova mai). La voce di Sara, invece, ce l’ho avuta in mente molto a lungo prima di cominciare a lavorare su di lei – tanto che nel caso di Sara posso tranquillamente parlare di un romanzo scritto sotto dettatura del personaggio. È lei che ha trovato me, insomma; io dovevo soltanto tenerla stretta e aiutarla a parlare. In generale, le storie che racconto, quando scrivo fiction, sono storie che nascono da un incrocio tra una curiosità personale e un elemento fortissimo che mi arriva da fuori. La prima scintilla per Sara me la faceva vedere adulta, la madre di qualcuno, sempre impeccabilmente gentile ma anche sempre lontana, impossibile da afferrare, da conoscere a fondo, per sua figlia come per quelli che la incrociavano in un contesto sociale che poi nel romanzo non è mai entrato (il personaggio ha fatto di testa sua). Per un paio di settimane ho provato a scrivere una Sara adulta, il personaggio minore nella vita di qualcun altro, ma non funzionava. Sara era il personaggio più interessante della storia, quindi perché buttarla via come comprimaria nella vita di qualcun altro? Perché non starla a sentire mentre raccontava una parte della sua adolescenza, la parte che aveva fatto di lei una persona diversissima da quella che avrebbe potuto essere se si fosse accontentata del suo microscopico mondo di partenza? Va detto, scrivere fiction, per me, significa mettersi completamente al servizio di qualcun altro. Da questo punto di vista è molto più impegnativo rispetto allo scrivere non fiction. Almeno per me, ripeto.

Quando scrivi hai già in mente un destinatario preciso, un lettore-tipo?
Assolutamente no. Voglio solo fare il miglior lavoro possibile. Di sicuro, però, voglio che la scrittura scorra il più possibile: il mio lettore-tipo, se vuoi, deve essere qualcuno che prende in mano il libro e se lo legge (quasi) senza interruzioni. Forse questo mi viene da forti esperienze di lettura mie personali – i libri che hanno davvero significato qualcosa per me, come lettrice molto prima che come autrice, sono libri che mi hanno preso totalmente, a prescindere da quello che raccontavano e che poteva essere lontanissimo dalla mia esperienza di vita o dai miei desideri (il romanzo che ha cambiato tutto per me è stato Il colpevole di Tobias Wolff).

Riesci a mantenerti distaccata dai tuoi personaggi o tendi a riversarci qualcosa di te stessa? C’è qualcosa della te adolescente in Sara?
Della me adolescente non c’è nulla. Purtroppo, aggiungo io – un po’ della saggezza e dell’istintualità di Sara mi sarebbero state molto utili quando ero una ragazzina. Magari prendo a prestito qualche dettaglio da quello che vedo intorno a me, ma i miei personaggi nascono, crescono e muoiono di vita propria. Va detto, avendo praticato il memoir con Il corpo non dimentica, che è diventato un libro famoso quasi nonostante me, sono consapevole che quando c'è un cosiddetto “spunto autobiografico” vale la pena di raccontarsi in presa diretta, senza mischiare tra autore e personaggio. Ci porta a libri molto più potenti.

C’è una frase del libro che mi ha molto colpita: “Sii fedele a te stessa”. Un motto calzante nel caso di Sara, che nonostante tutto rimane sempre e comunque coerente con se stessa. Sei anche tu sempre “fedele a te stessa”, nella vita e nella scrittura?
Ci provo. Non è facilissimo. Un po’ perché il mio percorso è stato tutt’altro che lineare – ho praticato ogni genere di mestiere che avesse a che fare con la scrittura; ci ho campato, ma mi sono data una chance come autrice “pura” molto tardi rispetto a certi miei coetanei, e credo di non essermi ancora liberata dalla paura di arrivare sempre fuori tempo massimo, oltre che da un’eccessiva tendenza a dipendere dal giudizio degli altri. Una cosa che sono riuscita a fare è stata non ripetermi mai. Forse la mia fedeltà a me stessa sta in questo: mi sono professionalizzata molto presto, ma ho capito che era vitale non fermarsi, imparare sempre nuove cose, reinventare la scrittura a ogni giro. (Tanto per non fare spoiler: il progetto a cui sto iniziando a lavorare in queste settimane mi porterà, di nuovo, in un territorio che non ho battuto prima di ora.)

La tua protagonista ha piccole ossessioni, rituali quotidiani su cui fa affidamento in determinati momenti come fossero la sua “coperta di Linus”. Te ne hai - o ne hai avuto mai - qualcuno?
Lo chiedi a una che sta masticando furiosamente una gomma alla nicotina mentre occhieggia un pacchetto di sigarette poco distante.

Il lavoro di Sara, fondamentalmente, è fare l’artista. E il romanzo scatena certamente una riflessione sul valore e l’essenza dell’arte. Domanda spinosa: cos’è, a tuo parere, che rende un artista tale?
Grazie della domanda spinosa, fossero tutte così vivrei molto più serena. Credo che un artista debba essere pronto a passare molto tempo con se stesso/a, e a mettersi in gioco molto profondamente nel momento in cui il suo lavoro diventa qualcosa di pubblico, che può essere giudicato; ma senza un bell'arco di tempo passato a cercare la propria voce, provando e riprovando, non c’è alcun lavoro da mostrare. (Sara, infatti, non si libera mai dal timore di “non aver lavorato abbastanza”, sia quando la sua arte consiste nell’incarnare la visione del suo manager/pigmalione sia quando ha trovato una strada più autentica.) Molti artisti cambiano idea, a un certo punto – non reggono lo squilibrio tra la dimensione pubblica del lavoro e l’obbligo di tornare “privati” per un po' di tempo – oppure restano schiacciati da questo gioco costante tra lo sguardo degli altri e la soddisfazione (reale o percepita) che trovano nella pratica della loro arte.

Altra protagonista del romanzo è la musica degli anni Ottanta. Come hai scelto la “colonna sonora” del libro? Se dovessi scegliere un brano più rappresentativo, quale sarebbe?
Come molte cose, la musica è arrivata da sé – tieni conto che il biennio di cui ho scritto, 1983/1984, coincide con un periodo in cui si consumava (pagandola) moltissima musica, ed era del tutto possibile che una ragazzina si facesse un'educazione musicale partendo da zero e trovando via via un percorso grazie ad ascolti accidentali e a una buona dose di curiosità (tanto che passa dai Duran Duran ai Tangerine Dream di Thief senza colpo ferire). Un pezzo molto rappresentativo del mood del romanzo, che viene citato solo di sfuggita, è Self Control nella versione cantata da Laura Branigan. Se Sara fosse stata una vera cantante, io credo che sarebbe andata in quella direzione, videoclip compreso.

Si percepisce un forte lavoro di documentazione per descrivere il panorama musicale e la Milano del tempo. Come hai condotto le tue ricerche?
Il periodo di cui ho scritto è quello in cui sono ambientati i miei primissimi veri ricordi infantili; per guardarmi indietro è stato necessario prima fare pulizia di tutte le false narrazioni sulla Milano da bere (che è stata una strana bolla frequentata da pochissime persone) e cercare di mettere a fuoco la città attraverso gli occhi di un’adolescente che non ci trova mai il paradiso, quanto una serie di città diverse, contenute tutte quante nella stessa, dai quartieri popolari alle palazzine di appartamenti affittati soltanto a gente di passaggio, a quelle zone sospese tra eleganza e vuoto che sono – anche oggi – i quartieri più vicini al Duomo. Nel corso degli anni, però, avevo raccolto (abbastanza per caso) le confidenze di varie persone che nel periodo in questione giravano davvero per locali e avevano davvero a che fare con l'ambiente musicale: non avevo pensato di scriverne, finché non mi sono ritrovata a scriverne. La fiction può sempre sorprenderti.

Molto forte e accurata è la descrizione del periodo “buio” di Sara. Questa precisione deriva - con le dovute differenze – dall’ aver sperimentato in prima persona sensazioni simili?
Ti svelo un piccolo segreto, dai. Non ho ancora piena libertà di parlarne, ma mi sono ritrovate a vivere esperienze sinistramente simili a quelle di Sara DOPO aver finito il romanzo. Non avrei mai pensato di stare scrivendo il futuro, eppure è andata proprio così. Ora attendo con ansia la parte in cui compare un occasionale accenno di luce in fondo al tunnel. (Senza rovinare la sorpresa a nessuno, intanto: se non avessi attraversato una fase della mia vita in cui mi sembrava di andare in televisione ogni giorno a promuovere lo stesso libro, non credo che avrei mai scritto un romanzo che parla di cosa succede quando diventi un’immagine che vive negli occhi degli altri, e quando, poi, devi fare i conti con il sapere molto poco di te stessa come persona).

I LIBRI DI VIOLETTA BELLOCCHIO



 

 

 
 
 
 
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