Intervista a Walter Jon Williams

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Uno scrittore che unisce una ricca capacità di invenzione ad una forte personalità e al gusto per l'esplorazione dei grandi quesiti dell'esistenza. Ha attraversato diverse fasi nella sua produzione letteraria. Partendo come epigono della New Wave letteraria nella fantascienza, è passato a scrivere storie cyberpunk per poi approdare ad uno stile definitivo maturo e molto raffinato. Eclettico per sua natura, Walter Jon Williams è uno dei rari autori che riescono a esplorare sempre nuovi percorsi narrativi cercando di mettersi costantemente alla prova.




Come è cominciata la tua passione per la scrittura?
Decisi di fare lo scrittore appena seppi che la persona che mi aveva dato le storie che amavo era uno scrittore. Non sapevo ancora leggere e scrivere: dettavo le storie ai miei genitori, che le scrivevano per me. 


Cos'è la fantascienza per te?
La fantascienza è una forma di letteratura che mette a confronto tutte le questioni esistenziali: il significato della vita, la natura dell'universo, lo scopo dell'umanità, il punto sul progresso. Perfino la peggiore, la più derivata fantascienza deve avere l'attitudine a questi temi. Inoltre, la fantascienza aggiunge degli elementi di speculazione e immaginazione. Rifletto sempre sul futuro e desidero una letteratura che faccia la stessa cosa. 


Ti definisci come un autore, un game designer, una cintura nera e un subaqueo. Cosa accomuna tutte queste attività secondo te?
Non ho mai voluto essere "solo" uno scrittore. Non desideravo essere solo la persona che siede davanti a un muro bianco tutto il giorno e cerca di pensare a qualcosa da scriverci sopra. Ho sempre voluto affrontare il mondo fuori dalle mie mura. Così viaggio molto e cerco di parlare con chiunque incontri. Le storie sono ovunque si possa guardare. Le immersioni sono la cosa più vicina al viaggio spaziale che io possa affrontare. Ti sembra di fluttuare in uno spazio senza peso, con gli alieni che si avvicinano a darti un'occhiata. Respirare sott'acqua poi è molto liberatorio. Le arti marziali esistono come interfaccia fra il mondo esteriore e quello interiore. L'arte è interna, ma deve ingaggiarsi in modo pratico con il mondo, altrimenti diventa solipsismo. Le arti marziali sono un modo di innestarsi nel mondo da un unico punto di vista e anche un modo di programmare la coscienza attraverso il movimento. Il mio cervello è stato programmato da un gruppo di ragazzi cinesi morti! Penso che sia davvero fantastico.


In quale delle tue attività ti trovi più a tuo agio?
Dipende moltissimo dal mio umore, ma con tutta probabilità sono più a mio agio seduto in una poltrona a leggere.


Cosa rappresenta la figura di Zelazny per te e la tua ispirazione? Hai altre influenze letterarie?
Sono cresciuto leggendo la New Wave degli anni sessanta, tanto che l'intero movimento è stato importante per me.  Zelazny mi ha influenzato moltissimo ma lo stesso anche Samuel R Delany, insiame a Joanna Russ, Ursula Leguin, Norman Spinrad, Thomas Disch e Michael Moorcock sia come scrittore sia come curatore. 


Com'è nata l'idea di scrivere Elegia per angeli e cani?
L'idea venne dal curatore Martin Harry Greenberg, il quale voleva pubblicare una serie di romanzi  che fossero seguiti di romanzi di altri scrittori. Suggerì Zelazny ma lasciò individuare a me il titolo. Rilessi la mia collezione di Zelazny - un piacere in ogni momento - e decisi che The Graveyard Heart era stato ingiustamente negletto, quindi decisi di scriverne un seguito. Roger molto cortesemente dette il suo permesso. Una delle motivazioni che mi portò ad accettare la commissione fu un po' inusuale: volevo dimostrare che non scrivevo come Roger Zelazny. Poiché mi sono ispirato a Roger nel mio lavoro, la gente pensava che cercassi di scrivere come lui ma io non ne avevo intenzione. Ero orgoglioso dell'accostamento, ma volevo davvero essere percepito per lo scrittore che sono. Allora pensai che se avessimo messo i due lavori uno accanto all'altro, le differenze sarebbero state evidenti. L'unica imitazione deliberata di Roger è in poesia, dove ho fatto del mio meglio per replicare lo stile poetico di Roger. 


Sei uno scrittore davvero eclettico. Ma c'è qualcosa che accomuna le tue storie?
La fantascienza offre l'opportunità di scrivere praticamente di tutto, in qualsiasi stile, fintanto che ci sia una sorta di elemento fantastico. Ho volutamente cercato di scrivere più storie di tipo diverso che ho potuto, dal momento che questo mi avrebbe reso uno scrittore migliore. È come suonare uno strumento musicale: se non pratichi in continuazione, e se non pratichi strumenti diversi, non sarai mai un musicista migliore. Se esiste un elemento che li accomuna tutti, è il tema del potere. Scrivo sul potere dal punto di vista della mancanza di potere, della pienezza di potere, dal punto di vista di coloro che il potere ce l'hanno ma ne vorrebbero di più e di quelli che fuggono dal potere per quanto possibile. Cerco di essere eclettico nell'uso di questo tema tanto quanto in ogni altra cosa.


Di solito il presente fornisce gli stimoli per descrivere il futuro. Che tipo di futuro ti suggerisce il nostro attuale presente?
Il termine "villaggio globale" è diventato un cliché. A me, però, sembra davvero di vivere in una cittadina virtuale molto piccola o, possibilmente, in una serie di piccole cittadine che si sovrappongono. Tutti si conoscono, tutti conoscono i fatti miei ed io conosco i loro; ci sono anche grandi dispute che coinvolgono l'intero villaggio, di solito perché il comportamento di qualcuno è chiamato in causa quando minaccia gli standard del villaggio. Da una parte è molto piccolo e parrocchiale ma, dall'altra, è possibile avere la semplicità genuina della vita del villaggio. Riesco davvero a vedere la gente sdraiata sull'erba rifugiarsi nelle connessioni internet, questo perché così possono vivere molto semplicemente e rimanere ancora connessi al mondo della cultura.


Perché hai aderito al cyberpunk? Perché lo hai lasciato?
Non sapevo di aver “aderito”! Semplicemente avevo scritto il romanzo che volevo scrivere e, quando l'avevo portato al mio editore, lei mi disse, “Ti definiranno un cyberpunk,” ed io, “È una cosa buona?”. E dal momento che non vi avevo propriamente aderito, non l'ho nemmeno propriamente lasciato. Il cyberpunk non si è fermato, si è evoluto. Penso di vedere ogni opera che scrivo con gli occhi del cyberpunk. Mi faccio ancora le stesse domande sul futuro che mi ponevo trent'anni fa. Il cyberpunk riguarda un futuro dedito alla connessione e una cultura che è globale. Scrivo ancora questo genere di narrativa.


Hai potuto farti un'opinione sulla fantascienza non di lingua inglese? Cosa ne pensi?
La FS non inglese è così poco fruibile qui negli Stati Uniti che trovo arduo commentarla. C'era un tempo in cui le traduzioni degli Strugatskis e degli scrittori come Pierre Barbet erano fruibili alla lettura, oggi tuttavia c'è solo Stanislaw Lem (che per fortuna ha un traduttore migliore rispetto a quello che aveva in passato). È molto difficile per uno scrittore non di lingua inglese essere pubblicato qui, ed è un gran dispiacere. Sono molto contento di essere stato in grado di commissionare a James Morrow, quando ero incaricato di curare le antologie  per la "Science Fiction Writers of America", di creare un'antologia di fantascienza europea, ma in verità è una goccia nel mare.


A quale progetto stai lavorando attualmente?
È un grande segreto! Spero di fare un annuncio al più presto, ma non ancora.

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