Intervista a Wilbur Smith

Nato nel 1933 nella Rhodesia del Nord (l’attuale Zambia), ma cresciuto in Sudafrica, Wilbur Smith è uno che i libri li vende a centinaia di milioni: decine di milioni solo in Italia - e trovatemene un altro che ci riesce. Non lo diresti, a guardare questo azzimato signore anziano dritto come un fuso che ha sempre un sorriso per tutti e una professionalità invidiabile. Umiltà, semplicità, disponibilità: le virtù dei grandi. E lui, infatti, è un grande della letteratura d’avventura. Forse il più grande. M’hai detto niente.




Quanto ha contato nella formazione del tuo gusto per l’avventura la tua infanzia africana?
Nascere in Africa è stata di gran lunga la cosa più importante della mia vita. L’Africa è uno scrigno di tesori e di racconti, ha una disponibilità infinita di storie. Io scrivo da 45 anni e posso dire di aver soltanto scalfito la superficie.

È vero che fu tua madre a insegnarti l’amore per i libri?
Assolutamente sì. Quando ero bambino del resto non esisteva la televisione, e le madri leggevano libri ai bambini prima di andare a letto o nei lunghi pomeriggi di pioggia. Sono profondamente grato a mia madre per avermi trasmesso l’amore per la lettura e per la scrittura, ha fatto la mia fortuna.

Visto il tuo affascinante passato, perché la scelta di non scrivere un’autobiografia?
Un’autobiografia è l'estrema vanità. Forse in fin di vita ne scriverò una: ma sarà fatta più di fiction che di realtà. Un’autobiografia à la Wilbur Smith, insomma.

La corona di re dei bestseller è pesante da portare?
No, per niente. Soprattutto perché non prendo troppo sul serio questa cosa. Esistono tanti scrittori al mondo, ognuno ha la sua nicchia personale nella quale si colloca e sta comodo, ma tutti hanno qualcosa di interessante da dire. Senza nessuna competizione, per carità.

Cosa pensi della divisione tra letteratura di serie A e serie B? I libri non dovrebbero avere tutti una stessa dignità?
Penso che anche solo l’idea di libri più validi solo perché riconosciuti tali da un’èlite sia una vera idiozia. Shakespeare scriveva per il popolo, e il suo pubblico andava dagli spazzini al re. Si trattava quindi di letteratura popolare, eppure sono opere di elevatissimo livello o sbaglio? E poi perché ora Shakespeare è invece considerato riservato ai lettori colti? I confini sono variabili, confusi. La divisione tra libri di serie A e B non ha semplicemente senso.

Qual è il segreto del fascino che l’antico Egitto esercita sui lettori e quale fascino esercita il personaggio di Taita in particolare su di te?
Tutti non possono fare a meno di essere affascinati dall’Egitto antico perché semplicemente si tratta della culla della nostra civiltà. Lì sono nate la scrittura, la Matematica, l’Astronomia, la Filosofia, etc. etc. E poi aggiungiamoci monumenti grandiosi, affreschi splendidi, un’estetica intrigante... La valle del Nilo ha dato i natali all’uomo, e io mi sento un discendente diretto degli antichi egizi. Con Taita negli anni si è creato un rapporto che definirei quasi di amicizia stretta. È un uomo complicato, contraddittorio, sempre capace di sorprendermi, e mi piace chiacchierare con lui ogni tanto, chiedergli anche dei consigli. Ah, Taita...

C’è un motivo particolare per questo ritorno targato 2014 di Taita ne Il dio del deserto? Insomma, si tratta del ritorno di un personaggio un po’ invadente che non ha smesso di raccontare la sua storia o è stato il suo successo a decretarne la necessità?
Diciamo che aveva un’altra storia da raccontare. Ci saranno altri episodi con lui come protagonista.

Costretto, suo malgrado, ad accompagnare le due figlie dell’amata Lostris a Creta per motivi politici, Taita sembra ricordare Teseo sulla nave che conduce giovanetti da Minosse come tributo al Minotauro. Ti sei un poco ispirato anche a questa storia?
Sicuramente la storia di Creta, del Minotauro e di Minosse ha sempre esercitato un fascino indescrivibile per me, tanto quanto l’Egitto. È affascinante come quest’isola così piccola sia riuscita a diventare così importante nell’ambito degli affari e della politica del mondo noto a quei tempi - che naturalmente era quello del Mediterraneo - e come poi sia ad un certo punto sparita, come sia stata, in un certo senso, messa da parte dalla Storia con l'arrivo dei greci, degli italiani e dei persiani che hanno preso il sopravvento nella gestione della politica mediorientale. Quindi, questo tipo di vicende offrono molto materiale per un autore che voglia scrivere alcune storie, anzi tante di quel periodo sono state raccontate più volte; pensiamo ad un personaggio come Alessandro il Grande che a me affascina moltissimo ma sul quale è stato scritto veramente tutto. Quindi, io mi sono maggiormente orientato su Taita e sul Minotauro. Voi italiani dovete considerarvi fortunati, perché siete nati in un Paese che ha rappresentato il centro del mondo e della Storia. Siete anche andati coi romani in Inghilterra e avete insegnato a parlare ai Britanni, avete fatto loro togliere quelle brutte pelli di animali di cui si vestivano; i miei antenati erano sempre tutti dipinti di blu e li avete civilizzati... quindi, grazie!

Dunque il tuo legame con questo personaggio straordinario (e anche quello dei lettori) continua. È cambiato in qualche modo, si è evoluto, intensificato, magari ti è diventato un po’ antipatico?
Diciamo che nulla rimane uguale ma più cambia, più rimane uguale. Questa è una legge strana del mondo. E quindi Taita è rimasto uguale, anche se gli anni sono passati. D’altra parte anche io mi vedo nella stessa maniera: sono la stessa persona che ha scritto Il destino del leone, anche se in realtà non è così, perché anche io mi sono evoluto e sono cambiato. In effetti, quando rileggo libri che ho scritto quarant’anni fa, è sempre un’esperienza molto toccante: a volte mi capita di pensare che non è possibile che io abbia scritto una cosa del genere, altre volte dico: “Wow! Questo è veramente un colpo di genio!”. Questo è un viaggio che posso fare diverse volte e con grande piacere. Mia moglie può testimoniare il fatto che io rileggo costantemente quelle storie che ho scritto quando, probabilmente, voi non eravate ancora nati. Eppure sono ancora lì, restano sempre nella mia immaginazione e non cambieranno mai. Ed è bello poterci ritornare.

Ne La legge del deserto affronti il tema dell’integralismo islamico. Hector Cross, il protagonista del romanzo, lo definisce “La Bestia”. Qual è il tuo pensiero riguardo la religione islamica e le sue estremizzazioni, quali, appunto, l’integralismo?
Ogni religione che viene portata agli estremi diventa qualcosa di malvagio e questo viene sottolineato nei dialoghi dei protagonisti del mio libro. Hazel, la protagonista femminile, ad un certo punto esprime la sua indignazione, il suo orrore sulle modalità con le quali le persone vengono castigate in base alla Sharia, la legge islamica. Quando lei assiste a queste esecuzioni afferma che questa gente non è umana. Hector le risponde che tutte le religioni hanno avuto delle fasi estreme, determinate da uomini che applicano le leggi religiose in modo integralista. In questo modo la religione diventa espressione di odio e violenza. Anche la religione cristiana ha attraversato questa fase, se pensiamo, ad esempio, all’Inquisizione spagnola. Quando la religione diventa strumento politico in mano di pochi determina persecuzioni, pogrom. Il Cristianesimo ha superato questa fase mentre alcune parti del mondo islamico odiano ancora chiunque non sia maomettano. Per il resto ritengo che l’Islam sia una religione molto vicina al Cristianesimo e l’Ebraismo; è una religione monoteista e Gesù Cristo viene ritenuto uno dei Profeti; non vengono adorati gli idoli. Questi sono elementi comuni che appartengono a queste tre grandi religioni monoteiste, mentre nell’applicazione concreta si vengono a creare diversità che in passato non erano ampie come oggi. Il Cristianesimo, nel frattempo, si è ammorbidito ed è diventato più umano, cosa che non è avvenuta per alcune parti del mondo islamico. La cosa che più mi trova in contrasto con la religione islamica è il trattamento delle donne. So che ci sono molte donne islamiche che sostengono di non avere problemi ad indossare il burqa ma credo che questo derivi dal fatto che esse non conoscano altre realtà e altre situazioni. Tutto ciò mi rattrista molto.

Nel romanzo La legge del deserto sembra non esistere il tema del perdono, anzi, tutti i personaggi sono mossi dalla vendetta, dallo sceicco Tippu Tip ad Adam, da Tariq fino agli stessi Hazel ed Hector. Il pensiero dei personaggi rispecchia il tuo?
Naturalmente non è questa la mia visione ma prettamente quella dei miei personaggi. D’altra parte il concetto della faida di sangue esiste tutt’ora in molte parti del mondo e viene perpetrata di generazione in generazione. Penso, ad esempio, all’ambito mafioso: ancora oggi assistiamo a faide tra famiglie ed è un elemento ancora più forte in Medio Oriente, insito nella stessa religione islamica. È un dato di fatto che ovviamente non appartiene al mio modo di pensare e credo che il concetto di perdono sia più radicato nella religione Cristiana e non nelle altre religioni. In realtà i protagonisti del romanzo non sono in cerca di vendetta quanto, piuttosto, di un modo per porre fine a questa faida e capiscono che l’unico modo è quello di applicare la stessa legge del nemico, quella della Sharia. Quindi, secondo la sua legge, l’unico modo per porre fine alla scia di sangue creatasi è la sua morte. Sulla questione del perdono, mi piace citare una frase del generale Norman Schwarzkopf, soprannominato “Stormin’ Norman”, il quale, al giornalista che lo interrogò sulla questione del perdono riguardo Saddam Hussein, rispose: “Il perdono non è il mio lavoro ma quello di Dio. Il mio è fare in modo che Saddam vada al Creatore più in fretta possibile a chiedere perdono!

Hazel ed Hector sembrano disumani. Sanno fare praticamente di tutto. Hai mai conosciuto gente così?
Se vedi cosa sono in grado di fare gli atleti professionisti puoi già farti un’idea del fatto che esistano persone in grado di fare ciò che fanno Hazel ed Hector. Nel calcio, ad esempio, vediamo dei gesti tecnici straordinari come la rovesciata. Il corpo umano è capace di cose veramente straordinarie se allenato in modo adeguato. Qui parliamo di una donna che è stata una campionessa mondiale di tennis e di un ex militare che dopo una lunga giornata di lavoro va ad allenarsi in palestra e al poligono di tiro ogni giorno. E ci sono persone così. Dalla nostra prospettiva di persone che conducono una vita sedentaria, o quasi, ci possono apparire sovrumani ma solo perché non ci alleniamo come loro. Un giorno mia moglie ed io eravamo a fare una passeggiata nelle campagne inglesi e abbiamo visto una fila di soldati che correva con i zaini in spalla: stavano facendo un addestramento. Io ho detto a mia moglie: “Lo sai che  ognuno di quegli zaini pesa quaranta libbre (circa 20 kg, n.d.r.)?”. Lei non mi ha creduto e si è messa a correre dietro ad un sergente che faceva finta di non vederla – ma sicuramente l’ha notata perché è una bella donna – chiedendogli: “È vero che lo zaino pesa quaranta libbre?”. E lui con una faccia fiera le ha risposto: “No! Quaranta chili!”.

Sei ritenuto il maestro incontrastato dell’avventura. Cos’è per te l’avventura?
“Avventura” significa lasciare i sentieri battuti e mettersi in situazioni di cui non si può avere il controllo. Per me può essere andare a fare un safari o scalare una montagna, cosa che non faccio più oggi ma in passato ho fatto varie volte, o attraversare il deserto con una carovana di cammelli. Lasciare ciò che si conosce e andare verso l’ignoto: questa è l’avventura secondo me.

La legge del deserto, però, oltre a parlare di azione e avventura descrive anche una miriade di sentimenti: amore declinato in varie forme, odio, paura...
Quando scrivo un romanzo come La legge del deserto mi piace affrontare e considerare l’intera gamma dei sentimenti umani. Ci sono diversi temi che mi stanno a cuore e ricorrono nei miei libri: il rapporto tra un genitore e un figlio, il rapporto tra i compagni di squadra, quindi la totale fiducia nell’affidare la propria vita a qualcun altro, e, soprattutto, il rapporto tra un uomo e una donna, forse quello più importante, quello che ci permette di procreare e propagare le nostre generazioni. Sono sfaccettature delle nostre esperienze che a livello individuale si manifestano in modo unico. È come prendere un gioiello e guardarlo da varie angolazioni: cambia il colore, cambia la forma e questo ci distingue, la capacità di accoppiarci per la vita, di avere dei figli e saperli allevare, la capacità di instaurare rapporti di fiducia e stima reciproca. Questi sono gli elementi distintivi dell’umanità.

In Italia i tuoi romanzi vanno a ruba. Come spieghi questo fenomeno?
Sinceramente non me lo so spiegare. Ad esempio, può esserci un buon libro che scompare sotto la superficie della coscienza umana senza nemmeno incresparne le acque. Ce ne può essere un altro che crea uno tsunami. Occorre un tocco di magia che susciti entusiasmo nei lettori. In un anno i libri che possono creare questo entusiasmo sono al massimo due o tre. Per quanto riguarda i miei libri, forse non causano tsunami ma sono certamente delle belle ondate che arrivano costantemente sulla spiaggia. In Italia molte persone leggono i miei libri ed è capitato che i padri li facessero conoscere ai figli e ora siamo già a tre generazioni di lettori. Sicuramente ho toccato i tasti giusti nelle menti dei lettori italiani, mentre in Germania non sono affatto conosciuto. Eppure la Germania è un paese molto vicino all’Italia.


I LIBRI DI WILBUR SMITH



 

 

 

 
 
 
 
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