Intervista a Wu Ming

Wu Ming
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Per uno 'scrittore collettivo' ci vuole una 'intervista collettiva'. In che senso? Nel senso che prima un nostro inviato ha registrato le interessantissime dichiarazioni di Wu Ming 5, Wu Ming 4 e Wu Ming 2 (non so perché 'sto conto alla rovescia, m'è venuto così) alla prima edizione del festival “Libri come” di Roma, poi abbiamo contattato via mail Wu Ming 1 per completare il discorso approfondendo alcuni aspetti (dal 2008 Wu Ming 3 è uscito dal collettivo, non è che ce lo siamo dimenticato, eh). Logistica intricata a parte, è stato bello chiacchierare con quelli che sono un po' i subcomandanti Marcos della letteratura italiana, con i volti e i nomi tenuti lontano dalla ribalta (malgrado siano pubblici). Dal 1999 fanno la loro rivoluzione con un'ascia di guerra chiamata narrativa: qualsiasi cosa facciano ha il pregio di smuovere le acque del panorama editoriale e letterario italiano: copyleft e new italian epic, solo per dirne un paio.




Q è uscito nel 1999. Ormai sono passati un bel po' di anni. Cosa era Wu Ming più di 10 anni fa?
Wu Ming 4: Il Luther Blissett Project era una grande narrazione collettiva. Il nostro scopo era riuscire a penetrare nel mainstream dell'editoria. La cosa ci colse un po' impreparati perché, a differenza di quello che accade di solito ad un esordiente, a noi ci venne a cercare la casa editrice con la collana Stile Libero. Non era difficile immaginare cosa volesse una grande casa editrice. Infatti loro si aspettavano da noi un romanzo tra il cyberpunk e il postmoderno e noi rispondemmo con un romanzo storico di seicento pagine, ma ormai non potevano tirarsi indietro.
Wu Ming 5: Prima non era cosi. Oggi è usuale scrivere un romanzo di molte pagine ma all'epoca i romanzi erano più minimalisti.
Wu Ming 4: Con la casa editrice abbiamo dovuto discutere molto. Il copyleft per noi era una condizione imprescindibile (tra le altre cose, questo ha creato una specie di circolo virtuoso che non ha intaccato le vendite ma ha fatto sì che a distanza di dieci anni Q continui ad essere ristampato). La casa editrice ci disse che il romanzo era troppo lungo e che andava tagliato di cento pagine. Noi ribattemmo: “bene, diteci quali”. Ma nessuno seppe risponderci. Ma alla fine noi siamo cresciuti insieme a Stile Libero e il rapporto con la casa editrice, con il passare del tempo, è molto cambiato. Alla fine portammo a compimento Q con una grande componente di improvvisazione. Lo abbiamo fatto in quattro perché non pensavamo di farcela da soli. Sapevamo che si trattava di una scelta abbastanza strana ma eravamo anche abbastanza coraggiosi. Abbiamo fatto tante ricerche, a pensarci mi viene la pelle d'oca, oggi con internet sarebbe molto più facile. All'epoca ci chiudemmo dentro una biblioteca di Bologna, dovemmo fare solo una trasferta a Venezia. Cercammo anche di accedere agli archivi vaticani ma poi desistemmo. Avevamo un contatto con un cardinale che ci disse di scrivere una lettera al bibliotecario dove spiegavamo perché avevamo bisogno di consultare l'archivio. Ma di metterci a inventare delle motivazioni proprio non ci andava e alla fine abbiamo lasciato perdere. Oggi mi fa sorridere pensare al tempo che impiegammo per fare tutte quelle ricerche. Dopo Q e l'esaurirsi del Luther Blissett Project è nata l'idea di un collettivo di narratori per continuare la nostra esperienza. Abbiamo iniziato a lavorare sui primi anni '50 perché secondo noi era una zona temporale mal raccontata. In quel caso le ricerche furono condotte soprattutto intervistando persone e visionando microfilm. La ricerca delle fonti e la loro gestione cambia da romanzo a romanzo.


Domanda banale ma doverosa: come fate a scrivere i vostri romanzi?
Wu Ming 4: Siamo come una band, solo che suoniamo tutti lo stesso strumento. Quando scriviamo seguiamo una prassi, dove c'è sia improvvisazione che metodo. Prima di essere gente che scrive insieme siamo amici. Con il tempo questa prassi è cambiata. Per prima cosa ci mettiamo seduti intorno a un grosso tavolo Ikea, una delle poche cose di proprietà del collettivo. All'inizio ricaviamo il materiale che ci interessa dalle fonti, che possono essere libri o altro. Poi facciamo una scaletta che viene affinata sempre di più. Il finale ce lo lasciamo sempre aperto, con due o tre possibilità, altrimenti poi si perde tutto il divertimento. Solo a questo punto inizia il lavoro di scrittura, che è individuale. Non stiamo tutti dietro a un unico computer a premere un tasto per uno. La nostra metodologia passa attraverso un lavoro individuale, sta all'estro del singolo decidere come raccontare. Dopo le riunioni ognuno si porta il compito a casa e alla riunione successiva si ricevono i giudizi degli altri che variano dal complimento all'ingiuria. Discutiamo sempre fino a che non siamo tutti d'accordo. Non votiamo mai a maggioranza, anche perché da quando siamo rimasti in quattro c'è il rischio di finire pari. Però chi fa più critiche si becca anche il capitolo da correggere. Nella correzione una cosa che ci aiuta molto è la lettura ad alta voce. Alla fine quando abbiamo il malloppo c'è un editor della casa editrice, Severino Cesari, che diventa una sorta di Wu Ming 6. Partecipa alle riunioni e si sorbisce l'ultima lettura consigliandoci le modifiche da apportare.


Con Altai, rispetto agli altri romanzi, il tempo di confezione della storia si è molto ristretto...
Wu Ming 5: Altai è stato prodotto in un tempo più ristretto rispetto ai nostri standard perché abbiamo lavorato di più. Dovevamo rimanere dentro la scadenza del decennale dalla pubblicazione di Q. E poi perché Altai si è presentato come materiale urgente, anche a causa della perdita di un membro del collettivo. In Altai il personaggio è sorto da tensioni all'interno del gruppo. Non è un romanzo psicoanalitico ma per noi ha svolto una funzione terapeutica.


Avete fatto dei sopralluoghi prima di scrivere Altai?
Wu Ming 5: Molti di noi sono andati a Istanbul. Io per esempio sono nato in Turchia quindi c'è anche questa componente. Invece per Manituana il sopralluogo lo abbiamo fatto dopo aver scritto il libro. Siamo andati nei luoghi di origine delle tribù indiane, in Canada, e abbiamo visto la tomba di Joseph Brant. Quello è stato un momento veramente emozionante, quasi una verifica di quello che avevamo fatto.


Avete uno scambio continuo con i lettori, questo come influisce su di voi?
Wu Ming2: Chiunque scriva lo fa perché è in contatto con una comunità. Chi scrive è quasi un ladro, ruba le storie che trova in giro, capta qualcosa dalle altre persone. Noi le nostre storie le troviamo soprattutto nei libri di storia. Il copyleft sui nostri libri ha anche questo senso, perché pensiamo che le storie appartengano alla collettività. Se non hai soldi o li rubi in libreria o li scarichi. Il libro ha un prezzo perché è un oggetto ma l'idea che c'è dietro è libera. All'inizio le nostre lettrici ci accusavano di costruire personaggi femminili stereotipati. Noi siamo un collettivo solo maschile, anche se sarebbe stato più utile avere anche una componete femminile, ma pazienza. Perciò come possiamo fare? Possiamo ascoltare le nostre lettrici che per fortuna non si risparmiano, sia negli incontri pubblici che via mail. Adesso costruire personaggi femminili credibili è diventato un chiodo fisso. Poi c'è il discorso di allargare la pratica narrativa ai lettori grazie alla rete. Attraverso il sito di Manituana abbiamo messo online materiali come parti tagliate del romanzo, mappe, documenti, disegni: quella parte dell'universo narrativo che noi abbiamo esplorato. Chi vuole può continuare a esplorarlo insieme a noi. Qualcuno ha fatto il prologo del romanzo a fumetti, altri hanno fatto della musica o delle illustrazioni, hanno scritto altri episodi. Questo è possibile anche grazie al copyleft. Il fatto che il testo sia scaricabile, a differenza del libro che è un oggetto finito, da una percezione diversa e agevola questo tipo di lavoro. Il fatto che non circolino nostre foto non va a discapito del nostro rapporto con i lettori, anzi. Secondo noi non ha senso che uno ti fermi per strada solo perché ha visto la tua faccia in televisione e sul giornale e magari non ha letto niente. Quando qualcuno ci ferma per strada e ci riconosce è perché magari è venuto ad ascoltarci a qualche presentazione, quindi c'è un interesse reale e ci ha letto. Questa cosa delle foto sembra essere un problema molto di più per i media. Per esempio ci è capitato di essere intervistati da un'importante rivista francese che alla fine ci ha chiesto una foto. Noi gli abbiamo spiegato che non era possibile e loro hanno ribattuto che il format della rivista prevedeva l'intervista più la foto dell'autore. Allora noi abbiamo ringraziato e abbiamo detto che l'intervista poteva anche non uscire. Poi l'editore ha insistito, ha detto che quella era una rivista importante e allora il giornalista ci ha proposto di fare una foto di spalle e ci ha detto che sarebbe venuto apposta per farla. Noi gli abbiamo detto: “senti, perché non prendi cinque ragazzi qualsiasi, li metti di spalle e gli fai una foto?”. Quello ci ha risposto che non sarebbe stato onesto: quando si dice la deontologia del giornalista! Allora gli abbiamo detto: “senti, la foto te la mandiamo noi”. Abbiamo cercato una foto su google che ritraesse cinque ragazzi di spalle e gliela abbiamo mandata. Perfetto, l'articolo è uscito e poi è successo che quando siamo andati in Francia ci hanno detto: “guarda, ho visto la foto, ti ho riconosciuto, tu eri quello a destra”.


Quale sarà il prossimo lavoro?
Wu Ming 5: Stiamo lavorando al secondo capitolo del trittico settecentesco. Non sarà un vero e proprio sequel di Manituana. Anzi, avrà un punto di vista anche molto lontano dal tema della rivoluzione americana.
Wu Ming 4: Questo libro però ha un metabolismo molto più lento. Dopo l'esperienza di Altai abbiamo scoperto che quando i tempi sono stretti emergono di più i conflitti e che è più difficile confrontarsi. Siamo soddisfatti di Altai ma vogliamo tempi più lenti.
Wu Ming 2: Anche perché quando scriviamo cerchiamo sempre di metterci d'accordo su proposte che puntano al rialzo, mai al ribasso, quindi un confronto ci serve.
Wu Ming 4: Diciamo che i tempi saranno circa di due anni.


Come fate, pur essendo persone diverse, a mantenere lo stesso stile?
Wu Ming 5: La difficoltà sembra insormontabile se si parte dal fatto che ognuno di noi ha già il suo stile, ma noi abbiamo imparato a scrivere insieme e in più abbiamo la stessa idea di letteratura. Se metti insieme cinque scrittori diversi, che hanno fatto esperienze diverse, non sarebbe lo stesso.
Wu Ming 2: Si ha spesso l'idea che ognuno abbia uno stile già formato. Ma quando uno inizia a suonare la chitarra non ha ancora il suo stile. Impara suonando. Noi questa ricerca l'abbiamo fatta insieme. Questo lo si fa ogni volta, soprattutto all'inizio, nei primi dieci capitoli di ogno libro, per capire come scrivere quel romanzo. Una volta definito lo stile adatto si cerca di rimanere nel solco tracciato.


Perché non scrivete mai storie ambientate nel  presente?
Wu Ming 5: E' difficile affrontare la realtà contemporanea rimanendo sulla nostra poetica. Cinquecento pagine sul presente per noi sarebbero molto difficili da scrivere. Pensa a cosa sarebbe successo se un nostro romanzo fosse uscito il 10 settembre 2001. Il giorno dopo non sarebbe stato più attuale.


A proposito: le allusioni all'11 settembre in Altai sono arrivate via via mentre la storia prendeva forma oppure sono una provocazione - se così vogliamo chiamarla - studiata a tavolino?

Wu Ming 1: Ecco, appunto. Recensendo il libro, Alessandro Barbero ha scritto che le due gondole in fiamme che volano e impattano sul campanile sono un'allegoria dell'11 Settembre. Beh, in effetti la scena calza a pennello. Solo che noi ce ne siamo accorti leggendo la sua recensione! Davvero, non ci avevamo fatto caso. Abbiamo trovato quel riferimento in una fonte, e abbiamo deciso di usarlo. Questo per dire che non siamo dei freddi calcolatori, siamo gente che si diverte a fare un gioco di ruolo e di improvvisazione narrativa, che si diverte a raccontare una storia insieme. Ovviamente siamo consapevoli che, essendo noi - diciamo così - "politicamente non inerti" (questa figura retorica si chiama "litote", la usa spesso Zizek quando, per parlare bene di qualcuno, dice: "He's not a complete idiot"), qualunque storia che scegliamo di raccontare avrà forti risonanze politiche. Ma non è detto che, quando scriviamo, le conosciamo già tutte. Alcune si rivelano a noi in corso d'opera, altre ad opera finita, altre grazie all'interazione coi lettori.


Avete mai pensato di scrivere storie ambientate nel futuro, ucronie, qualcosa dal sapore più decisamente fantascientifico?
Wu Ming 1: Di s-f alcuni di noi ne leggono molta, soprattutto WM1 e WM5, che sono cresciuti a "Urania" ed Editrice Nord. Pensiamo che la fantascienza influenzi non poco il nostro lavoro, anche se poi come genere non la pratichiamo direttamente... Ci ha insegnato però a costruire mondi. La fantascienza l'abbiamo scritta come solisti. WM5 ha scritto Havana Glam e Free Karma Food, WM1 ha scritto New Thing (dove c'è una sottotrama s-f) e il racconto "Arzèstula". Anche in Guerra agli Umani di WM2 c'è tutta una sottotrama fantascientifica (che è poi quella che dà il titolo al libro). Però è vero che come collettivo ci siamo cimentati poco o niente con questi stilemi. Ci piace fare lavoro d'archivio nel passato, trovare storie sepolte o raccontate male. E ci piace trovare "ucronie" potenziali, implicite, nella storia documentata. I nostri "what if" sono talmente "microfisici", molecolari, che è difficile notarli. Di solito riguardano svolgimenti alternativi di eventi minori, che sono poco noti e quindi manca il termine di paragone, molti lettori non sanno come si svolsero veramente quindi la nostra torsione dei fatti verrà (forse) scoperta dopo, se qualcuno andrà ad approfondire, a verificare... Domanda: è la nostra solita poetica delle "bombe a tempo" oppure ci viene spontaneo fare così, nel senso che ci innamoriamo di un evento semi-sconosciuto e ci interveniamo sopra? Beh, entrambe le cose, a volte più la prima, a volte più la seconda. Ma sono sempre miscelate. E' un modo di prolungare l'eco della storia fuori dal libro, però è anche una cosa che mentre scriviamo non viene più di tanto "teorizzata", è uno sviluppo che parte dall'improvvisazione collettiva che facciamo, ciascuno coi propri appunti, lanciandoci l'un l'altro personaggi ed episodi...  
 
Pensate ci sia qualche affinità tra la nascita della stampa nel XVI secolo (in pratica la situazione descritta in Q) e l'avvento del testo digitale con tecnologie come l'e-book? Quali saranno le conseguenze se il testo digitale sostituirà quello cartaceo?
Wu Ming 1: Quella della stampa in Q era un'intenzionale allegoria di Internet, benché non fosse rigida e pedissequa, cioè non era in tutto e per tutto un'allegoria "a chiave", non c'era una corrispondenza univoca e automatica tra ciascun elemento della storia e un elemento della realtà esterna al testo. Quanto all'e-book, ci stiamo ragionando sopra, ne abbiamo discusso più volte tra noi e anche in pubblico (su Giap e nella leggendaria discussione su Lipperatura poi raccolta nel pdf "Stroookkk!"). Per ora gli editori, soprattutto italiani, non si stanno muovendo granché bene. 


Le contaminazioni tra letteratura e altri media sembrano affascinarvi da sempre: musica, web, grafica...
Wu Ming 1: Cerchiamo di avviare collaborazioni in ogni ambito artistico presente tra cielo e terra, ovviamente sempre tenendo la letteratura come epicentro. E' quello il nostro specifico. Non sappiamo fare tutto, anzi, per certe cose siamo negati e lo diciamo subito. Abbiamo le nostre predilezioni e i nostri disagi, le cose che non vogliamo fare, le collaborazioni che non avvieremmo mai. Non lavoreremmo mai in televisione, per esempio. E per fotografi e video-maker è molto frustrante contattarci, perché ci chiedono: come possiamo fare qualcosa insieme se non apparite in foto o in video? Al che noi rispondiamo: e lo vieni a chiedere a noi? Che vuoi che ne sappiamo? Allora provano a dire: potrei riprendervi di spalle, potrei fotografarvi con in faccia delle maschere da pirla, potrei inquadrarvi i piedi... Tutte cose che rifiutiamo di prendere in considerazione. Ecco, noi per i video-maker e i fotografi siamo proprio kryptonite.

I libri di Wu Ming

 

 

 

 
 
 
 
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