Intervista a Wulf Dorn

Wulf Dorn è un pacioso signore tedesco che vive con sua moglie e con il suo amatissimo gatto in una tranquilla località della Germania meridionale. Dorn, che ha cominciato scrivendo racconti horror prima di dedicarsi interamente alla scrittura, ha lavorato come come logopedista in alcuni ospedali psichiatrici. Dev’essere stata molto intensa l’esperienza di lavoro a contatto con i pazienti per Wulf, perché gli ha consentito di trovare continua ispirazione per destreggiarsi con grande agilità in un mondo affascinante e praticamente inesauribile come la mente umana, in ogni romanzo a caccia delle paure che la assediano. Questo simpatico scrittore tedesco, nonostante il successo del suo bestseller La psichiatra, che ha venduto ben 100.000 copie, non si è affatto montato la testa e ad ogni nuova uscita durante le presentazioni italiane accetta volentieri di rispondere alle nostre domande sui suoi libri, sui suoi personaggi e persino… sul suo amatissimo gatto.




Innanzitutto una piccola curiosità, anche perché nel tuo romanzo Incubo ne compare uno, il gatto del vicino e della migliore amica di Simon. Come sta il tuo gatto?
È molto bello essere qui e fare questa intervista. Il mio gatto sta benissimo, l’ultima volta che l’ho visto, ieri mattina, stava giocando in giardino e ogni giorno porta a me e a mia moglie un topolino.

Questo tuo nuovo libro è davvero sorprendente, ci sono luoghi che ci sono già noti come la Waldklinic e personaggi che conosciamo dai romanzi precedenti come il dottor Forstner, ma sono soltanto comparse. Simon non è soltanto il protagonista sedicenne della storia ma quasi l’unico personaggio. Forse perché la sua mente è così “affollata”?
Era per me importante che i miei lettori avessero di nuovo a che fare con luoghi e personaggi già conosciuti, appunto la Waldklinic e il dottor Forstener; mi sono reso conto, dalle domande a dalle risposte che ottenevo dai miei lettori, che era importante che avessero determinati punti di riferimento dei miei libri, che li amavano. Per quanto riguarda la storia mi sembrava importante il tema della perdita, quello della paura nei confronti della morte e della perdita di una persona cara. Mi sembrava importante che ci fosse un personaggio giovane, Simon appunto, per mostrare tutto ciò attraverso i suoi occhi. Quindi un personaggio giovane ancora pienamente all’interno della vita che si trova però in una situazione di paura e di perdita di una persona amata. Mi sembrava che la tematica assumesse dei tratti molto più forti se a trattarla ci fosse un personaggio giovane.

Incubo è come altri tuoi romanzi incentrato sulla paura. Ma ho trovato questo libro davvero inquietante perché tocca tasti dolenti per tutti, credo, compresi i cosiddetti sani: la paura di aver paura e la paura del cambiamento. Come scrittore dici che ti piace considerarti un esploratore degli angoli buoi della mente per renderli innocui per noi lettori. Scriverne è un modo anche per te per esorcizzare queste paure?
Sì, direi che potremmo proprio formularla così. Nella nostra società e anche in me ci sono numerose paure. Scriverne è proprio un modo per liberarsene, una forma di catarsi anche per me. Ed è per questo che credo di aver sempre trattato temi di questo genere. Nella mia esperienza infatti c’è questo fatto della perdita di una persona amata, persone che conosci da tanto tempo e che finisci col perdere, e nel momento in cui le perdi nella tua vita si forma un autentico buco e tu devi tentare di ripristinare gli equilibri. Quindi Simon, il mio personaggio principale, vorrebbe che le cose non cambiassero mai, vorrebbe che tutto rimanesse sempre uguale, ma la vita è un continuo cambiamento ed è forse per questo che ho ritenuto decisivo trattare questo tema in questo ultimo romanzo.

Hai detto che, mentre scrivevi, la storia di Simon si è imposta prepotentemente, perché inizialmente avevi in mente tutt’altro. Ci spiegheresti meglio questa genesi?
Quando ho in iniziato a scrivere questo romanzo avevo in mente di scrivere un giallo, una storia criminale nella quale c’era un ragazzo che assisteva ad un omicidio e per questo veniva perseguitato dal killer. Quindi una storia molto turbolenta. Ma nel momento in cui ho cominciato a mettermi alla scrittura è successo che sono mancate due persone alle quali io tenevo molto, per una gravissima malattia. In quel momento ho avuto un blocco di scrittura, non riuscivo più a scrivere neanche una parola. Mi son reso conto che il tema al quale avevo inizialmente pensato mi sembrava oramai scontato. Mi premeva scrivere qualcosa di più sincero, di più coerente con i miei sentimenti di quel momento. Siccome le mie figure nel momento in cui comincio a idearle ad un certo punto sono loro che mi raccontano la loro storia, è successo che Simon mi ha raccontato, appunto, la sua triste storia. Quindi dal personaggio che assiste ad un omicidio è diventato qualcosa di diverso, la sua storia è mutata e per me è stata una esperienza molto più intensa e anche molto più liberatoria.

In un momento delicato per Simon lui fa un gesto, stringe al petto un libro di favole, dice che è “fonte di sostegno e sicurezza”. Perché hai scelto un libro per questo gesto? È una scelta voluta o sarebbe potuto essere un oggetto qualsiasi?
In questo momento preciso Simon abbraccia un libro di favole perché per me è un oggetto estremamente simbolico. Significa uscire dal mondo dell’infanzia nel momento in cui perdi una persona cara. Simon in quel momento preciso non può più rimanere all’interno di quel mondo e deve diventare un adulto. Si tratta cioè di un momento decisivo nel quale Simon deve evolversi molto fortemente.

Da cosa sei partito per costruire il personaggio della dottoressa Ellen Roth, la protagonista del tuo thriller La psichiatra?
Quando lavoro ad un romanzo creo per prima cosa i personaggi: parto dalla costruzione del loro carattere, dalle loro qualità e dei loro difetti, e penso anche alle caratteristiche legate al loro segno zodiacale. Ellen, per esempio, è un Sagittario. Poi passo ad immaginarmi l'aspetto fisico dei protagonisti, i lineamenti, il colore dei capelli e alla fine ne viene fuori una vera e propria fotografia.

È stato così anche per Simon? E se sì, di che segno è e che caratteristiche ha?
Dunque. Sembra che Simon sia un Gemelli, nel libro mi sembra di aver detto che è nato a giugno. In generale direi che sono partito con una immagine piuttosto chiara di Simon quando ho cominciato a scrivere. Poi questo personaggio è cambiato a mano a mano che la storia cambiava perché è stato lui che ad un certo punto mi ha mostrato il suo vero volto. Un po’ come quando incontri qualcuno che non conosci troppo bene per un pranzo al ristorante. Parti con un’idea preconcetta e poi mentre chiacchieri con questa persona scopri che è molto più di quello che ti immaginavi, che per esempio è molto più intensa e che ha molto più da dire di quanto tu avessi in mente all’inizio.

Quanto della tua esperienza con i pazienti psichiatrici è finito ne La psichiatra?
Diciamo che il fatto di aver frequentato l'ambiente medico mi ha aiutato moltissimo. Non solo il rapporto umano con i pazienti mi è stato di aiuto nel costruire la mia storia ma anche il contatto con i vari medici. Gli specialisti del campo, infatti, mi hanno aiutato fornendomi le informazioni e i termini che poi mi sono stati utili per dare vita al contenuto più tecnico della mia storia.

Quel tuo libro è diventato in poco tempo un caso editoriale... quale ritieni siano stati gli elementi che ne hanno determinato il riscontro positivo del pubblico?
Non so dire quali siano stati gli elementi che hanno determinato il successo del libro. Posso affermare, però, che il mio romanzo si rivolge ad una categoria molto ampia di lettori perché riesce a stimolarne la curiosità e l'interesse.

Hai cominciato scrivendo racconti horror e sei approdato, felicemente, allo psicothriller, niente splatter ma tensione alle stelle. Il motivo è forse che nella nostra mente si possono nascondere incubi più spaventosi della realtà, come appunto in questo Incubo?
Sì, direi di sì, è proprio per questo. Inizialmente, quando mi sono accostato al racconto horror ero relativamente giovane, risale ad un periodo precedente al mio lavoro in ambito psichiatrico. Poi ho affrontato la questione della psiche umana e lì ho scorto le radici di tutte le nostre paure, di tutti i nostri demoni. Ho visto quanto questi demoni avessero degli effetti nascosti fortemente psicologici. Quindi io ho affondato le mani in profondità in questa materia, proprio per vedere quale fantasma si nascondesse dietro i nostri fantasmi.

Perché hai scelto il lupo per dare un aspetto visibile – anche se tutto sommato vago – all’incubo di Simon? È vero che nelle favole e in certo immaginario rappresenta un essere spaventoso, eppure in certe tradizioni – norrena, celtica, asiatica – è simbolo positivo di potere, forza, lealtà; è persino un animale monogamo. C’è un motivo particolare nella tua scelta?
Intanto ho scelto coscientemente il lupo, proprio perché ci rimanda a tutto il mondo delle favole dell’infanzia dove c’è il lupo cattivo che mangia Cappuccetto Rosso o I Sette Capretti. Per Simon mi sembrava che questo funzionasse perché mi consentiva di dare corpo alle sue paure più infantili, di dare un volto a ciò che lo travolge di paura. In generale direi che i lupi sono degli animali molto belli e anche affascinanti. Soprattutto voi in Italia con questa leggenda di Romolo e Remo ne sapete qualche cosa. Tuttavia in questo libro mi serviva una figura fortemente simbolica che rappresentasse bene le paure e le minacce di cui io parlo. Io lo definirei una figura freudiana.

Phobia è un romanzo dai ritmi serrati, quasi cinematografico. È caratterizzato dalla presenza di tanti personaggi, ottimamente tratteggiati, che giocano ruoli importanti. Soprattutto il villain è veramente spaventoso: un Freddie Krueger che incontra l’assassino di Seven. Qual è stato il stato il processo creativo che ti ha portato allo sviluppo della trama e di un personaggio così terrificante?
Questo è un personaggio che prima di tutto fa paura a me. È la rappresentazione di ciò che può spaventare veramente e cioè “l'uomo nero” che però diventa una persona reale. Un buon thriller o un buon racconto horror parte dal presupposto che il tuo personaggio sia stato molto ben elaborato; ci deve essere un buono studio ed una buona analisi, perché deve principalmente spaventare te che lo stai scrivendo. Non basta creare un mostro e renderlo spaventoso perché terrorizzi: se un mostro riesce ad avere una certa profondità e delle motivazioni ecco che allora cominci a comprendere cosa gli passa per la mente; a questo punto puoi seguirne il flusso dei pensieri e puoi affrontarne il lato oscuro.

Mark, il protagonista, è uno psichiatra di origine tedesca. Hai inserito qualche elemento autobiografico in questo personaggio?
Credo che in ogni personaggio si nasconda sempre un po’ dell’autore. Io direi che il personaggio che, tra tutti quelli che ho creato fino ad ora, mi è più vicino è Jan Forstner, il protagonista di Follia profonda, ma anche Mark ovviamente. Per esempio, il fatto che abbia vissuto per un certo periodo a Londra è esattamente quello che è successo a me. C'è poi una sequenza notturna che si svolge nel campus universitario, in cui Mark incontra delle volpi: mi è capitato veramente. Ero molto colpito del fatto che nel centro di Londra, nel bel mezzo di un campus, ci fossero tutte quelle volpi la notte. Ci sono poi tanti altri piccoli dettagli che mi accomunano a Mark.

Phobia è un romanzo in cui la paura stessa sembra essere un personaggio. È sempre presente in tante forme: claustrofobia, di se stessi, del futuro, delle altre persone. Da questo punto di vista il tuo romanzo rappresenta lo specchio della società odierna, in cui la paura sembra diventata il male del secolo. A cosa attribuisci ciò?
Credo che la paura sia sempre stata una forte presenza all’interno della società, basti pensare ad una civiltà come i Maya e al timore che avevano, per esempio, dell’eclissi di sole che per loro era una divinità e che dovevano cercare in qualche modo di placare. Le paure sono cambiate con l’avanzare della civilizzazione, anche perché nel corso dei secoli tante cose ritenute ignote sono state spiegate. Oggi però le nostre paure, oltre che essere ancora presenti, sono più complesse rispetto a quelle del passato. Forse la paura è aumentata per l’effetto dell'azione dei mass media, perché questi ci permettono di apprendere un maggior numero di informazioni, soprattutto negative, come la guerra o le malattie. Cose che comunque esercitano un certo fascino su chi le legge o le ascolta. Se ci venissero proposte soltanto informazioni positive, queste probabilmente risulterebbero molto meno interessanti. Noi cerchiamo sempre di metterci a confronto con ciò che temiamo, perché tentiamo in qualche modo di elaborarlo. Internet o i giornali ci propongono un'enorme massa di informazioni, però in maniera indifferenziata; ciò non ci permette di capire che cosa ci riguarda direttamente e cosa invece no. Questa incognita rende la paura ancora più grande.

In Phobia aleggia un quasi impercettibile, ma comunque presente, lato soprannaturale. Per esempio nelle sequenze degli incubi di Mark, nei quali si manifesta la compagna deceduta. In realtà la trama è un qualcosa di molto realistico, potrebbe essere un fatto di cronaca. Altri autori, come Stephen King in lavori recenti, sembrano aver “corretto il tiro”, passando dall’horror al realismo. Le persone oggi sono forse più spaventate della realtà?
Quando un autore fa questo genere di percorso è perché è in qualche modo cresciuto. Ha acquisito una maggiore esperienza di vita. Noi siamo tutti degli esseri razionali, e spesso riusciamo a spiegare ciò che ci accade attorno. Però si verificano di continuo dei fatti che non riusciamo a comprendere. Può capitarti una volta, e lo puoi considerare un caso. Se però ciò avviene più volte, sorge il dubbio che in effetti possa esserci qualcosa di inspiegabile. Ed ecco che l’elemento soprannaturale comincia ad avere una funzione, uno spessore, un peso... e, in ogni caso, nella mia vita di certo c’è!

Da piccolo avevi paura dell’Uomo nero? E oggi cosa è che ti fa più paura?
Quando ero bambino l’Uomo nero era certamente una delle mie paure più grandi. Per quanto riguarda le mie paure di adulto, quelle sono più difficili da spiegare. Quello che mi spaventa maggiormente è la follia del mondo di oggi. Ecco, mi fa paura quello che vediamo e sentiamo tutti i giorni sui media. Posso fare un esempio lampante in questo senso: ero a Londra con mia moglie un paio di anni fa ed eravamo su un autobus; a un certo punto una vecchietta si alza e scende e il suo posto viene preso da un’altra vecchina che improvvisamente comincia ad urlare all’autista che c’è una borsa abbandonata. L’autista allora blocca subito il bus e chiama la polizia ma alla fine si scopre che la borsa era solo una innocua borsa di una tranquilla vecchietta che l’aveva dimenticata lì. Ecco, la paura oggi è anche questo.

Hai cominciato scrivendo racconti horror, pensi che ritornerai a frequentare ancora questo genere?
Non so dirti se in futuro mi dedicherò ancora all’horror, ma ne La psichiatra comunque non mi sono poi discostato molto da certe atmosfere del genere. Anche se non ci sono vampiri e lupi mannari può essere definito ugualmente un horror, un horror molto reale.

Nei ringraziamenti in calce al libro affermi che «Scrivere è un lavoro faticoso ma è anche la professione più bella del mondo»... dopo tanti tour promozionali ne sei ancora convinto?
Non c’è stato ancora alcun giro promozionale che sia riuscito a farmi cambiare idea sul mestiere di scrittore, anzi! I vantaggi legati a questa professione sono moltissimi e ho avuto modo di apprezzarli tutti: incontrare personalmente e conoscere meglio i miei lettori è stata davvero una esperienza stimolante!

È vero che lo spunto per Il superstite ti è arrivato da un fatto accaduto nella tua famiglia?
Sì, è vero. Il via me lo ha dato una storia di famiglia. Molti anni fa mio cognato, allora bambino, scomparve mentre mia zia era al telefono e lui a giocava in giardino. Lo si è cercato ovunque, finché mia zia non ha chiamato la polizia. Allora c’è stata una grande azione di ricerca e dopo 2 ore lo hanno trovato. Dato che si stava annoiando, aveva deciso di andare a trovare degli amichetti, fermandosi per strada a dar da mangiare ai conigli di un vicino. Mi sono chiesto cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente…

Dopo il grande successo del tuo romanzo d’esordio hai avvertito pressione psicologica su di te? Hai avuto paura di non essere all’altezza? E come hai affrontato queste preoccupazioni?
Succede sempre così. Quando si comincia con un successo si sente una grossa pressione psicologica perché si ha paura che il secondo romanzo non sia all’altezza del primo. Ma sono riuscito a superare quest’ansia quando ho capito che alla fine tutto dipende dalla storia e che dovevo innanzitutto trovare una storia che si lasciasse leggere volentieri, e che avessi il desiderio di raccontare.

Le tue storie stanno per arrivare al cinema. Una cosa che vorresti tanto ci fosse nel film de La psichiatra e una che vorresti non ci fosse …
Ho già letto la sceneggiatura del film, che verrà prodotto da una grossa casa di produzione, e per questo motivo mi è difficile rispondere alla domanda… ma sono certo che si tratti di un lavoro ottimo e che se tutto andrà in porto ne uscirà un bellissimo film.

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