Intervista a Yari Selvetella

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Giornalista e scrittore, Yari collabora con vari programmi della Rai, tra cui “Uno Mattina”, dove si occupa di cronaca e cultura come redattore, inviato ed esperto in studio. È un innamorato di Roma, da sempre protagonista dei suoi libri e del suo sguardo. I lunghi viaggi dell'autobus 105 dal capolinea di Grotte Celoni alla stazione Termini sono stati la sua iniziazione alla città, alle sue chiacchiere, ai suoi antieroi. E poi i bar, le bische, i muretti nei quartieri di periferia dove ha passato la sua infanzia. Tutto questo nelle sue parole c’è sempre, anche se si parla di altro. E noi invece parliamo proprio di questo, quindi figuriamoci (la foto è di Tony Gentile).




Come è nato il personaggio di Mauro detto Tevere? Come e da dove nasce questo rapinatore di mezza età che ama i Led Zeppelin e cucina come Cannavacciuolo?
Tevere è un personaggio nato per gioco, due o tre anni fa. Al solito gli scaffali delle librerie erano pieni di ispettori, commissari, marescialli e così mi sono detto: con tutti questi investigatori, neanche un ladro? Rimediamo. Volevo un personaggio il cui solo statuto fosse la dedizione al torto e che fosse libero da qualsiasi compiacimento eroico: un cinquantenne ingrassato senza arte né parte che si mette in testa di ricostituire la sua accolita di derelitti da bar, questo è Tevere. Non si sente un superuomo, né vuole diventare il Re di Roma: è quello che è, con tanti difetti resi più sopportabili dalla buona fede e dall’ironia. Ama i Led Zeppelin perché appartiene a un’epoca più aperta e contradditoria. Del resto nelle borgate di Roma, nella mia vita, ho incontrato patiti di Nino D’Angelo, ma anche grandi esperti di rock. Quindi perché non il mio personaggio? La sua recente conversione alla buona cucina, invece, è un contrassegno della nostra epoca in cui ogni moda è pensata per ficcarsi il più possibile in casa, senza prestare troppa attenzione a quello che succede fuori. Per lui, da ex recluso, non è nemmeno così difficile...

Tevere al suo ritorno in borgata trova una realtà cambiata profondamente. Sono cambiati i negozi, è cambiata la gente, sono cambiati pure i delinquenti. Che fotografia della periferia romana viene fuori dal tuo romanzo?
Vale per i luoghi quel che dicevo poco fa a proposito delle persone. La periferia è spesso rappresentata come un unico grigio mantello posato sulle spalle ricurve della città e invece io vedo una grande complessità nei luoghi che la compongono. Non uno ma molti racconti, molti scenari, molti eroi e antieroi sono necessari per raccontarne tutte le strade. L’analfabetismo e la miseria che si riappropriano dei lembi più scoperti, la sorda frustrazione della disoccupazione, del traffico e dei disservizi, le economie degli spacciatori da marciapiede, la dignità del lavoro, la storia ormai pluridecennale di ciascuna borgata, la bellezza architettonica misconosciuta e i più orrendi sfregi edilizi. Un mondo, un mondo intero in cui Tevere sguazza ma nel quale fatica a trovare un posto: lo atterrisce soprattutto la solitudine, che considera la più orribile delle condizioni. Sempre meglio una banda di poveracci – pensa – che un uomo solo, a macinare rancore da dietro una finestra.

La cosa che colpisce forse di più del plot de La banda Tevere è l’assenza di confini netti tra ambiti che dall’esterno ci si immaginerebbe lontani, anzi antitetici, e invece sono contigui. Il criminale tresca con l’avvocata e chiacchiera con il poliziotto. I ruoli si confondono, si invertono persino… È stato difficile governare questa complessità?
È stato divertente: ho aizzato i personaggi in modo che potessero specchiarsi gli uni negli altri, alimentando la coscienza che hanno di loro stessi. Spero così di smussare la piattezza delle etichette e permettere al lettore di confrontarsi coi limiti e coi pregi della loro umanità. I romanzi sono il regno delle imperfezioni e io ho inteso caricare questa caratteristica che mi pare particolarmente in sintonia col contesto in cui essi agiscono. Siamo a Roma. A definirla si perde sempre qualcosa. L’aggettivo che più le si addice lo ha usato Carlo Levi, mutuandolo da un sonetto di Quevedo: fuggitiva.

Anche nel raccontare vicende “nere” non hai voluto rinunciare a qualche sprazzo di commedia, a uno sguardo diciamo affettuoso, a un sorriso – seppure amaro. Perché?
Anzitutto volevo raschiare una certa patina mitologica che, già come saggista, mi è parsa a un certo punto fuori misura e perfino insidiosa. Sai la storia dei giovani cattivissimi, sfrontati e senza padroni che prendono il “potere” nella capitale? Qualcuno ha finito per crederci e magari spacciando qualche dose su un marciapiede si sente di essere o di poter diventare un pezzo grosso, uno che fa la storia del male. Invece no, se ti va bene finisci come un personaggio da commedia, se non funziona te ne vai direttamente agli alberi pizzuti. Allora diciamo che il mio sorriso è un augurio, fatto a tanti ragazzi, di non finire né in un modo né in quell’altro.

La criminalità romana va di moda in letteratura e al cinema. Perché tanto successo secondo te? Quali sono i romanzi o i film più riusciti secondo te in questo filone?
Perché ha assunto i crismi del “genere”. Sono stati sviluppati dei canoni, fissate delle figure chiave che si muovono in un immaginario definito, che si rigenera di narrazione in narrazione e al cui interno è possibile innestare il proprio universo simbolico. È come nel western o nei gangster movie. L’Arizona, Chicago e per quanto ci riguarda Roma sono al tempo stesso luoghi reali e luoghi dell’immaginazione, da utilizzare per parlare di altri posti, del proprio tempo e in ultima analisi di se stessi. Guardandomi indietro, credo che il film che mi ha più condizionato sia stato L’odore della notte di Claudio Caligari, tratto da un romanzo di Dido Sacchettoni, a sua volta ispirato a reali fatti di cronaca. Infatti sono molto curioso di vedere il film che Caligari è riuscito a terminare prima di morire, appena qualche settimana fa... Anche le mie storie nascono dalle spigolature di cronaca, ma per quanto riguarda la ricerca di uno stile mi rivolgo altrove. Leggere grandi scrittori aiuta anche gli autori come me: negli ultimi tempi quando entro in certi uffici di Roma o in una banca penso sempre a L’Istituto per la regolazione degli orologi del turco Ahmet H. Tanpinar. Che gran libro.

Il fatto che il sito web che si occupa di cronache romane più seguito si chiami “Roma fa schifo“ che sensazioni ti dà?
Che ti devo dire? Sarò rimasto ai “tempi de Checco e Nina”, ma quando si usa l’espressione “Roma fa schifo”, a me dà un gran fastidio. C’era anche una canzone, tanti anni fa, Passione romana. Diceva così: “Ma lui je lo rispose chiaro e netto/ Chi offende Roma offende mamma mia". Ma al di là della sensazione, mi colpisce che si sia insinuata all’interno della nostra città una sorta di qualunquismo mistico del tipo: “Affonda, Roma! Novella Gomorra popolata di zozzoni e delinquenti, di lavoratori dipendenti dall’animo marcio, di cittadini intrallazzoni!”. Credo che il malcontento e la denuncia siano più che legittimi ma secondo me i palazzinari, i mafiocapitali, i superappaltatori metropolitani, i capimanipolo di partito non possono che trovare rassicurante un approccio del genere. È colpa di tutti, no? Di Roma che fa schifo, giusto? Loro che c’entrano con i netturbini scorbutici o con gli automobilisti maleducati? Amen.


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