¡Que fuerte!

¡Que fuerte!

Giorgio sta per ripartire, destinazione Spagna. Sono passati già due anni dal suo primo soggiorno Erasmus a Siviglia, dove ‒ grazie all’ineffabile apporto di Ernesto, pigmalione ed infermiere sui generis, e alle amicizie fatte lì ‒ ha trascorso un periodo indimenticabile, venendo a conoscenza non solo di buone nozioni necessarie alla sua carriera universitaria, ma implementando il suo bagaglio di esperienze di vita. Ma allora la partenza fu drammatica. Le insicurezze dettate dal suo essere diversamente abile, costretto comunque alla carrozzina e dunque non autonomo, lo mettevano di fronte ad una scelta difficile. Ma la sua forza e perseveranza, unite al brillante aiuto della madre, distaccata e a volte frivola quanto basta per alleggerire situazioni che presentano a volte difficoltosi risvolti, lo hanno catapultato in una dimensione sconosciuta ma poi appagante. Ora dovrà andare a Madrid, magari non incontrerà le allegre e indimenticabili compagnie del primo viaggio, dove oltre il necessario ambientamento si sono succedute incomprensioni, qualche disagio ma anche tanta vita vissuta, amori, tensioni. Mai avrebbe pensato che un programma siffatto potesse rendergli la vita più accettabile di quel che sembrava, è stato bello anche rientrare in Italia e persino diventare un personaggio nonché brillante studente, intervistato e seguito dai mass media…

L’Erasmus, si sa, è un progetto che ha comunque segnato più una generazione di studenti universitari. Nato per favorire l’integrazione nella comunità europea ma non solo, ha consentito esperienze decisive in un’età dove la necessità è conoscere e scoprire cambiando la prospettiva della quotidianità. Pazienza se non sempre questo abbia obiettivamente migliorato le abilità e le competenze, di certo ha modificato termini e condizioni delle capacità di relazionarsi ed essere autonomi. Questo il messaggio forte che proviene dall’opera in questione, di grande valore testimoniale anche perché andarsene mesi all’estero senza il supporto delle abitudinarie e consuete certezze date dall’atmosfera casalinga con l’inevitabile obbligo di non poter deambulare liberamente rappresenta all’inizio un muro invalicabile, almeno emotivamente parlando, benché il protagonista dimostra un carattere invidiabile. Scritto con vivace sobrietà, nessun moralismo e con molta sincerità, l’opera è la versione romanzata ma efficace di una esperienza vissuta di grande impatto e di riuscito successo, inteso come integrazione e pieno vivere, con i suoi ma e perché, le frizioni e le reazioni. Si perdona dunque magari qualche ingenuità stilistica o qualche sbavatura di carattere estetico-strutturale. In fondo un’autobiografia è più riuscita se assomiglia ad una esistenza vera, con le sue imperfezioni.



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