È stato un attimo

E' stato un attimo
1991, Milano. Santo Denti detto Trafficante è un piccolo pusher che ha messo in piedi con uno scalcinato complice, tale Max, una lucrosa attività di furti d'appartamento. A un certo punto Max fa il passo più lungo della gamba e viene brutalmente pestato: dopo mesi di gesso e d'ospedale torna in sella, e convoca Sante a casa sua per 'un affare grosso'. Là, senza preavviso né motivo apparente, spacca in testa all'ex socio una bottiglia. Buio. Santo si sveglia nei bagni del Teatro della Scala. E' in smoking, danno Manon Lescaut. Come diavolo è finito là? Chi è la bella ragazza elegante seduta accanto a lui che gli chiede cos'è che non va? Perché Milano sembra essere cambiata? Dopo qualche ora, Santo scopre con orrore che è il 2005 e che lui ora è il direttore creativo di un'agenzia pubblicitaria, filantropo, benestante e vegetariano. Cosa diavolo è successo negli ultimi 14 anni, e perché non si ricorda assolutamente niente? Mentre Santo è impegnato a (ri)scoprire la sua vita attuale, giunge anche la notizia che l'amministratore delegato dell'agenzia pubblicitaria è stato brutalmente assassinato: Santo è tra i principali indiziati, e deve difendersi in un mondo del quale non sa nulla. E tra le tante cose che non sa, c'è anche se è colpevole o innocente...
Verrebbe da dire che il nuovo romanzo di Sandrone Dazieri è un romanzo sul passato. Lo dice persino lo strillo in copertina. Credo invece che la materia del contendere sia il futuro: forse è la stessa cosa, o forse no. Bivi, opzioni, direzioni. E se la freccia del tempo fosse orientabile a volontà? Se avessimo una seconda chance faremmo le stesse scelte, ripercorreremmo lo stesso cammino? No, eh? E sicuri che le nuove direzioni porterebbero davvero ad una meta migliore? Santo Trafficante ha la possibilità di tentare di mettere in discussione quello che è, quello che ha costruito. E può metterlo in discussione in modo radicale, senza sovrastrutture, perché non sa chi è davvero e perché ha costruito una certa vita e non un'altra. Posizione invidiabile? Forse. Ma forse no. L'espediente narrativo dell'amnesia e della riscoperta/riscrittura di sé ha illustri precedenti sia letterari sia cinematografici: se è così, un motivo ci sarà pure. Magari è lo stesso che ti tiene inchiodato per una buona metà del libro, che Santo occupa anche a fare la vecchia gag dell'ibernato che scopre le incongruenze del progresso tecnologico e della società dei consumi. Anche quella funziona sempre. Suspence, humour, ritmo, mistero. Tutti e quattro vanno calando via via che il romanzo si avvicina all'ultima pagina, mentre subentra una vena malinconica, intimista, persino sorprendentemente romantica. Ma non calano abbastanza da mandare tutto a puttane, no. Bel libro. Una sola perplessità: la copertina (peraltro suggestiva) che c'entra?

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