È tutto a posto

È tutto a posto
Stefano sta leggendo l’ennesimo articolo di giornale, un articolo che parla di lui e del suo processo, e di nuovo s’imbatte in quelle parole: “maltrattamento animali”. Parole ripetute di pagina in pagina, di articolo in articolo, come se avessero davvero un senso. È il suo avvocato, Aldo Venturini – che Stefano conosce da trent’anni, dai tempi del liceo, e che ha sempre chiamato Vento, da quando quella volta, a quindici anni, è volato con il motorino dentro un campo d’orzo sotto i suoi occhi increduli… filando proprio come il vento! -, a riportarlo bruscamente alla realtà, facendogli notare che forse mettersi a sottilizzare sul significato delle parole non è prioritario; che forse la priorità, al momento, è trovare il modo di evitargli la prigione; o almeno di fargliene fare il meno possibile. Già, perché con accuse di questo tipo – maltrattamento, frode in commercio, truffa, associazione a delinquere e omicidio – evitargliela del tutto sembra davvero impossibile. Perfino a un amico. Omicidio, quindi. Ma come hanno fatto le cose a degenerare fino a questo punto? Stefano a volte se lo chiede. Com’è cominciata davvero tutta questa storia? Con quella telefonata?! Se lo chiede, ma solo per un attimo perché poi si ricorda che lui agli inizi delle storie non ci crede più; che pensa che le storie un inizio non ce l’hanno proprio, o che se davvero cominciano, cominciano comunque sempre un momento prima…
Abbandonando la canonica ma meno spendibile forma del saggio in favore del romanzo, in È tutto a posto Deborah Gambetta sceglie di affrontare i non facili temi del traffico di cuccioli, dei canili lager e della vivisezione; soprattutto della vivisezione, dal momento che per quanto riguarda i primi due argomenti di informazioni in giro se ne trovano parecchie – articoli, inchieste, segnalazioni, denunce – ma di vivisezione, che non è illegale, non si parla mai o quasi mai al di fuori del giro delle associazioni animaliste. Argomenti non facili, quindi, di cui non è sempre facile scrivere – a maggior ragione se con lo scopo di rivolgersi al generalmente poco informato grande pubblico; e soprattutto non è facile scrivere in modo sufficientemente vero e coinvolgente da trasmettere al lettore tutta la reale e vivida brutalità dei fatti, ma non tanto crudo e scioccante da indurlo a rifiutare tutto, ancor prima di aver riflettuto ed elaborato ciò che ha letto. In questo romanzo la Gambetta riesce a trovare un buon equilibrio; sin dalla primissima pagina il lettore viene infatti catapultato in quella che ben si presta ad essere letta come la vicenda autobiografica del protagonista. Nonostante la forse eccessiva e provvidenziale casualità di un’amicizia che, a distanza di anni, costringe l’uno di fronte all’altro un attivista dell’Animal Liberation Front e un “carnefice” – ma l’ironia del destino, si sa, non va sottovalutata! – la trama è, infatti, bene strutturata e coinvolgente, lo stile è scorrevole e l’abbondante uso di digressioni ed approfondimenti riesce a dare lo spazio necessario a quello che è il vero cuore del romanzo: la descrizione delle torture imposte agli animali da laboratorio e delle sofferenze patite dai cani “ospitati” nei canili lager – intrappolati in gabbie piccolissime e destinati a morte certa. Fondamentali, in questo senso, sono anche le appendici, che corredano il romanzo e contribuiscono a renderlo adatto tanto a chi sente il dolore degli animali come il proprio, quanto a coloro che non si sono mai posti il problema ma hanno la voglia o la curiosità di cominciare a farlo.

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