È vero che il giorno sapeva di sporco

È vero che il giorno sapeva di sporco

Ma Claudio Lolli? Come spiega Claudio Lolli la pagina controversa dell’ascesi e soprattutto quella susseguente della caduta movimentista? Avendola seguita da molto vicino, Lolli ne intuisce giocoforza l’esaurimento propulsivo, ma ciononostante la situazione viene interpretata, analizzata e contestualizzata senza livore, senza abiure, con evidente senso critico ma senza il benché minimo stigma. Semmai, tutt’al più, con un commento imbevuto del disincanto filosofico che appartiene al compagno idealista ma realista che ha fatto i conti con l’idea stessa della deriva, e in special modo con le ricadute sociali che essa inevitabilmente comporta. Il suo disco del/sul Settantasette bolognese è quindi senza dubbio un prodotto esegetico della sconfitta, ma allo stesso tempo è pertanto anche ‒ per non dire decisamente soprattutto ‒ un disco sul clima alienante/repressivo che ne scaturisce poi. Al riparo dell’egida finto-soap della socialdemocrazia… Il Movimento muore dunque di morte annunciata, muore per implosione, per l’incapacità di governare ulteriormente le spinte centrifughe al suo interno. Oltre agli autonomi e ai militanti dei gruppi della Nuova Sinistra, al ventre molle del movimento convergono anche diverse altre correnti, ciascuna portatrice di istanze, progettualità, conflittualità differenti. Ci sono i collettivi femministi, impegnati nella elaborazione di un pensiero della differenza che trova nella lotta senza quartiere contro la supremazia maschile il tratto determinante. Ci sono i cosiddetti cani sciolti, gli indiani metropolitani, i situazionisti, i vetro-hippy, gli ex impegnati, i tardo maoisti, più o meno organizzati, armati, rivendicanti, velleitari…

Mario Bonanno è in assoluto uno dei massimi esperti di quella che viene detta, in ambito musicale italiano, “galassia cantautorale”, ossia quel complesso di esperienze artistiche che si sono sviluppate nella loro fase aurea per lo più nei primi decenni del secondo dopoguerra italiano, dagli anni Cinquanta fino alla fine dei Settanta, l’epoca degli anni di piombo, del terrorismo, del compromesso storico, degli attentati, delle istanze in merito ai diritti civili che hanno portato a conquiste come il divorzio e la legge 194: in questo periodo soprattutto i giovani ‒ che cominciano ad avvicinarsi anche alla letteratura e all’arte estera, specialmente dell’America della beat generation ‒ ricercano in gran parte una musica che sia una colonna sonora della loro vita, caratterizzata da impegno sociale, culturale, politico. E Claudio Lolli è certamente uno dei massimi esponenti di questa corrente: poeta, scrittore, professore di liceo, ha inciso circa venti album in cui ha trattato numerosi temi, tra cui spiccano quelli legati alla desolazione che si trova ad affrontare l’uomo moderno nella realtà sempre più spersonalizzante e reificata, fluida, priva di certezze e piena di pregiudizi. Uno dei principali cantori, dunque, attraverso la musica e soprattutto i testi, densi di significato, ma anche una solida coscienza critica di un’epoca che però è stata anche per molti versi, e l’attuale situazione italiana, che vede il Paese fanalino di coda a livello europeo e mondiale su molti argomenti bioetici, lo conferma, fallimentare: per mancanza di coraggio, per forma mentis, per cultura. L’esegesi che fa Bonanno è precisa, puntuale, attenta, a tutto campo, semplice, chiara: partendo dal celebre disco Disoccupate le strade dai sogni racconta l’Italia delle radio libere, della droga, di Andrea Pazienza e Tondelli, dei fumetti e degli slogan, e la weltanschauung di un autore mai allineato col pensiero dominante.



 

 

 

 
 
 
 

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