…che Dio perdona a tutti

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Palermitano, trentacinque anni, Arturo fa l’agente immobiliare, ovvero un mestiere che non gli piace granché e che lui stesso definisce come “l’approssimazione della società odierna”. L’agente di solito è costretto a vestirsi in modo elegante (tranne Arturo, che dopo un anno in azienda si è scocciato di portare abiti e cravatte) per mostrare una rispettabilità che in realtà non gli appartiene; è sostanzialmente un bugiardo, che vende soppalchi come fossero pezzi di pregio delle case e trasforma, come per magia, miseri monolocali in loft (e nel 90% dei casi non ha la più pallida idea a quanto ammontino le spese condominiali degli appartamenti). Il più delle volte funziona, le case si vendono, a meno che non si tratti di un “Indomabile”, ovvero quella casa che proprio non si riesce a piazzare. Anche nell’agenzia dove Arturo lavora ce n’è una: grande e bella, ma difficile da suddividere in diversi ambienti, con l’aggravante di una gigante antenna telefonica sul tetto, il parcheggio inesistente e... un anziano dirimpettaio un tantino allegro, che fa sesso sul suo terrazzo come se niente fosse. L’indomabile è la bestia nera di Arturo e del suo collega Roberto - che fanno regolarmente la posta al vecchietto intraprendente nel tentativo di convincerlo a smettere - ma Arturo sa come consolarsi se al lavoro le cose girano male: basta affacciarsi in pasticceria e rimpinzarsi di dolci alla ricotta. Iris (ovvero la brioche che si usa per il gelato nelle due varianti, fritta e al forno), sciù (ovvero il bigné, generalmente mignon), cassate e cannoli. Peccato che il povero Arturo sia incompreso nella sua ossessione per i dolci: ha provato con gli amici, i colleghi, i compagni di calcetto, ma niente da fare, non c’è nessuno che voglia condividerla con lui; appena attacca con il discorso, ecco che gli chiedono se per caso non sia gay! In effetti, per Arturo, la passione per la ricotta è pari - o addirittura superiore - a quella per le donne con le quali, diciamolo, non ha molta fortuna; forse perché non crede nei rapporti duraturi, o forse perché non è abbastanza maturo da prendersi le sue responsabilità. Ma un giorno, davanti al bancone di un bar, Arturo incontra quello che potrebbe essere l’amore della sua vita: è una ragazza bellissima, ma soprattutto, preparatissima in fatto di dolci. Li sta esaminando uno per uno, e alla domanda di Arturo riguardo all’impiego di coloranti che talvolta sovrastano quello della mandorla, la donna risponde a tono senza, per la prima volta nella vita del ragazzo, farlo sentire come un perfetto idiota...

Andare in chiesa, partecipare al catechismo, ricevere i sacramenti: è davvero questo che ci rende automaticamente dei buoni cristiani? Perché poi, fuori dalle mura consacrate, è tutto un altro paio di maniche: tradiamo chi ci ama, mentiamo al prossimo, facciamo sesso fuori dal matrimonio, ignoriamo chi ha bisogno di aiuto. Dopotutto siamo peccatori, difficile non incappare nell’errore, ma sapete la cosa bella della religione cristiana? Che bastano un’Ave Maria e un Padre Nostro per pareggiare di nuovo i conti con Dio, anche se si tratta di conti molto salati. Arturo, protagonista del romanzo d’esordio di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif (che ovviamente già conosciamo in veste cinematografica e televisiva), è un immaturo e un inconcludente che prima dell’incontro con Flora non aveva mai esplorato la portata della sua fede: Flora è bella, intraprendente, e ama i dolci come lui, ma è anche - al contrario di lui - una che la domenica non si perde mai una messa. Arturo per amore la segue, ma scoprire di non riuscire nemmeno a rispondere correttamente al prete durante la funzione, innesca tensione tra loro, tanto che il ragazzo, per scongiurare la crisi di coppia, decide di comportarsi da vero cristiano, applicando alla lettera gli insegnamenti di Gesù. Peccato che doti pregevoli come la sincerità, la rettitudine morale, l’altruismo e, soprattutto, la coerenza, non piacciano a nessuno in un mondo dove l’ipocrisia va molto di moda. Il romanzo tratta un argomento interessante, ironia e leggerezza fanno da padrone, così come i personaggi e le situazioni di indubbia comicità all’italiana, tra rocambolesche partite di calcetto, rappresentazioni religiose al limite del blasfemo, inciuci politici e malavitosi. Ma ci si mette un poco prima di arrivare al nocciolo della questione: ne deriva una prima parte confusionaria, dove si va avanti a fatica, fino al tardivo punto di svolta oltre il quale la storia, finalmente, assume un carattere più incisivo. Una curiosità: per il protagonista maschile e quello femminile delle sue storie, Pif, come in un rito, sceglie sempre gli stessi nomi: «Sono nomi ispirati a mio nipote, Arturo, che già da piccolo tentava di baciare Flora, e lei si scansava. Un’altra mia fissa è inserire sempre la parola “Iris” in tutti i film. Un gioco da bambino».



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