12 dicembre 1969

12 dicembre 1969

A Milano, in Piazza Fontana, a un attimo dal Duomo, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, sono le 16:37 del 12 dicembre 1969 quando esplode un ordigno che provoca 17 morti e 88 feriti. È il più grave atto terroristico mai compiuto sino a quel momento nell’Italia repubblicana. È la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, una cesura tragica: nascono così i famigerati e criminali anni di piombo, se ne accorge persino il poeta Franco Fortini, di cui resta celebre il commento. Il 12 dicembre non è che l’inizio di un processo di sanguinosa destabilizzazione che si consuma con le stragi di Gioia Tauro (luglio 1970), Peteano (maggio 1972), della questura di Milano (maggio 1973), di Brescia e del treno Italicus (maggio e agosto 1974). All’indomani della esplosione, l’apparato di destabilizzazione resta intatto, pronto a manifestarsi in diverse altre occasioni, dai minacciati colpi di Stato agli ostacoli e ai depistaggi alle indagini su Piazza Fontana. Il capoluogo lombardo, il cui sindaco è il socialista Aldo Aniasi, è infatti al centro della scena politica nazionale. Il 19 novembre, in Via Larga, a circa 200 metri da Piazza Fontana, muore l’agente di polizia Antonio Annarumma durante lo sciopero generale. Le mobilitazioni politico-sociali legate al rinnovo dei contratti di lavoro mostrano un seguito mai visto nel Novecento italiano, nemmeno durante il Biennio rosso 1919-1920. Una forza contrattuale che modifica la distribuzione del reddito e sancisce, con l’approvazione dello Statuto dei lavoratori, nuove condizioni giuridiche nei rapporti di lavoro. La stagione riformatrice, abortita nel 1964 con la minaccia autoritaria del Piano Solo, torna a manifestarsi sospinta dalla pressione popolare. La legge sul divorzio è a un passo dalla chiusura, si passa dal Sessantotto studentesco al Sessantanove operaio…

Nell’elenco delle dieci date selezionate dall’editore per dare vita a una collana, ancora non completa, di saggi monografici, e che rappresentano i momenti cruciali, per lo più drammatici, della storia d’Italia, sia repubblicana che non, un posto indubbiamente significativo spetta al giorno infausto – raccontato anche al cinema da Marco Tullio Giordana (protagonisti del suo buon film Valerio Mastandrea e Pierfrancesco Favino) – in cui la giovane nazione uscita da soli vent’anni e poco più da due decenni di dittatura ha perso l’innocenza. Un attentato vigliacco quello alla BNA, che uccide persone innocenti, un caso in cui non sono affatto mancati, per convenienza, intorbidamenti delle acque. Mancava poco a Natale, e con la fine del decennio terminava anche un’epoca storica: Dondi, storico italiano che all’epoca della strage aveva sei anni, docente universitario a Bologna, esperto di seconda guerra mondiale, dopoguerra e relazioni tra terrorismo e informazione, racconta con estrema dovizia di particolari e chiara indole divulgativa il contesto dell’epoca, tratteggiato in modo molto preciso e con ritmo più che serrato, che percorre la vicenda momento per momento, capitolo per capitolo.



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