2666

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Jean-Claude Pelletier si è innamorato dello scrittore Benno von Arcimboldi nel 1980, a diciannove anni, quando studiava Letteratura tedesca e si imbatté per caso in un suo romanzo in lingua originale. Da quel momento ha iniziato a cercare tutti gli altri libri scritti da quel misterioso autore, ma non senza difficoltà. Internet naturalmente era ancora di là da venire, e quindi bisognava cercare nelle librerie di Parigi – niente da fare –, nelle biblioteche universitarie – niente da fare. Lo studente scrisse anche alla casa editrice di Amburgo che aveva pubblicato il romanzo da lui letto per sapere se ne avessero altri in catalogo dello stesso autore, ma non ottenne alcuna risposta. Nel 1981, durante un viaggio in Baviera, in una libreria trovò altri due libri di von Arcimboldi e li divorò con passione. Iniziò a tradurre tutti quei libri in francese e con gli anni qualche editore transalpino si interessò a quel lavoro. Oggi Pelletier – nel frattempo divenuto professore ordinario di Letteratura tedesca a Parigi – è senza dubbio il maggiore studioso di von Arcimboldi di tutta la Francia ma, cosa assai curiosa, non lo ha mai incontrato. Il “corrispettivo” italiano di Pelletier si chiama Piero Morini: traduttore di tutte le opere di Benno von Arcimboldi, è finito sulla sedia a rotelle dopo un grave incidente, è malato di sclerosi multipla e cosa assai curiosa anche questa, non ha mai incontrato lo scrittore tedesco. Lo stesso vale per il ricercatore spagnolo Manuel Espinoza, che di von Arcimboldi non si è mai occupato per lavoro ma solo per passione. L’accademica britannica Liz Norton invece si è imbattuta in un romanzo dello scrittore tedesco durante gli studi all’università e da allora ha divorato tutte le sue cose. La prima volta che Pelletier, Morini, Espinoza e la Norton si incontrano di persona è a Brema nel 1994, durante un congresso sulla Letteratura tedesca contemporanea: von Arcimboldi, manco a dirlo, non c’è, ma i quattro giovani letterati fanno amicizia, passano molto tempo libero a passeggiare e parlare della loro comune passione. A partire da allora, non passa una settimana senza che si chiamino al telefono, incuranti della bolletta telefonica. I rapporti tra loro diventano sempre più personali e iniziano a intrecciarsi…

In quelli che si sarebbero rivelati gli ultimi anni della sua vita, un Roberto Bolaño già gravemente malato lavorava al suo progetto editoriale più ambizioso, un libro elefantiaco, una summa letteraria, forse un testamento: riuscì a completarlo ma non a ultimarne la revisione (il senso del titolo per esempio è avvolto tuttora nel mistero, forse era solo un titolo di lavorazione oppure secondo alcuni si allude al numero di anni intercorso tra la creazione di Adamo e l’Esodo), ciononostante – come altri lavori incompleti lasciati da Bolaño – 2666 fu pubblicato, postumo. Si tratta di un iper-romanzo costituito da cinque romanzi legati tra loro, che lo scrittore cileno in realtà, volendo sfruttare al massimo la sua enorme popolarità faticosamente raggiunta, avrebbe voluto pubblicare indipendentemente, in modo da massimizzare i guadagni e lasciare alla famiglia una congrue eredità. La sua volontà non è stata rispettata e i cinque romanzi sono stati pubblicati in edizione omnibus, portando a questo volumone di quasi 1000 pagine di grande formato. 2666 può veramente essere considerato al tempo stesso un manifesto e un testamento, perché racchiude in sé tutti i temi, le atmosfere, gli stilemi di Bolaño: le vite immaginarie di scrittori o poeti sfuggenti ed enigmatici, l’ambiente accademico o giornalistico, il mystery e il noir, le cospirazioni politiche. Il tutto naturalmente sapientemente mescolato fino ad arrivare ad un magma oscuro, un tessuto tumorale che invade la realtà attaccando uno dopo l’altro tutti i personaggi che lo scrittore via via ci presenta, abbandonando i precedenti senza una logica apparente e senza “avvisare” il lettore, così che la sensazione di minaccia e straniamento è ancora più forte e incombente. Malgrado il titolo faccia istintivamente pensare al futuro, 2666 è profondamente radicato nell’immaginario degli anni Novanta: al “centro” del plot – malgrado sia del tutto pretestuoso parlare di centro in un romanzo massimamente centrifugo, anzi policentrico – ci sono i delitti di Ciudad Juárez (qui chiamata Santa Teresa), la cittadina di frontiera tra Messico e Stati Uniti dove in quegli anni si consumò un vero e proprio massacro sistematico (parliamo di quasi 400 casi accertati) di giovani donne, quasi tutte violentate e torturate prima di essere uccise. Una vicenda che ha ispirato decine di inchieste, film e libri. Ora, immaginate appunto di essere un editore degli anni Novanta e di commissionare a Philip K. Dick, Julio Cortázar, Don DeLillo e James Ellroy un romanzo a otto mani sul tema, ponendo però la condizione che i protagonisti debbano provenire dall’ambiente accademico e letterario: avrete così una qualche idea della natura di 2666. Fiction e reportage, ma soprattutto realtà e illusione si fondono inestricabilmente, inesplicabilmente in un libro che “contiene moltitudini”, che è più di una perfetta macchina letteraria, ha qualcosa di occulto: è un incantesimo, è una visione del caos, una mappatura dell’inferno.



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