27 ossa

27 ossa

Il condominio Badenmajer è una delle tante “anomalie” di Napoli: costruito all’interno del Parco pubblico di Capodimonte, sulla carta potrebbe assomigliare a un castello con le sue torri svettanti, i bovindi d’altri tempi, la sua possenza austera; ma, all’avvicinarsi, fa pensare più alla casa degli Usher, inquietante fino al minaccioso, dagli spazi interni ampi e ovattati che instillano in chi vi entra un immediato senso di pericolo. Cosa succede nel buio silenzioso di quei corridoi? Andrea Drago, ex-poliziotta che vive lì, comincia ad avere il sospetto che qualcosa non vada; essendo stata appena sospesa dal servizio dovrebbe starsene buona e prendere le sue pillole sedative, ma la febbre di quell’indagine autonoma e irregolare prende il sopravvento e la spinge ad andare in fondo a quei corridoi e alle menti di chi vi abita, per scoprire due cose: che fino a un attimo prima credeva di conoscere quella gente e quei luoghi, ma non era così; e che preferirebbe fossero tutte delle allucinazioni generate dall’astinenza, mentre la realtà, purtroppo, è proprio come appare...

Diana Lama – vincitrice del Premio Alberto Tedeschi-Giallo Mondadori nel 1995, che oggi pubblica con le maggiori case editrici italiane ed è tradotta in sette Paesi – è in gran forma. Ci regala un thriller che colpisce e permane nella mente non con ritriti effetti macabri, ma con la disamina, pagina dopo pagina, delle tortuosità di una psiche umana fin troppo intelligibile pur nel suo comportamento deviato, fin troppo vicina alla “normalità”. La protagonista - come quelli di altri suoi romanzi - cronicamente insicura (nome da uomo, solitudine, bisogno di psicofarmaci…), emerge via via come l’unica in grado di affrontare adeguatamente la questione e cattura con il fascino di chi non indietreggia di fronte a quella che si prospetta come una fatica di Sisifo, ma al contrario le si fa incontro sfidando le probabilità, la ragionevolezza… e perfino la legge. Un thriller che dà un ulteriore giro di vite all’angoscia del precedente L’anatomista, mostrando che le atmosfere claustrofobiche e i ritmi mozzafiato hanno cessato da un pezzo di essere prerogativa d’oltreoceano.



 

 

 

 
 
 
 

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