476 A.D. L'ultimo imperatore

476 A.D.
Roma, 476 Anno Domini: l’ultimo anno dell’Impero Romano e l’inizio della nuova era, il Medioevo. La guerra civile tra il barbaro Ricimero, generale dell’esercito dell’impero romano d’Occidente, e Antemio Procopio, imperatore legittimo di Roma, si è appena conclusa con la morte di quest’ultimo, decapitato a Santa Maria in Trastevere proprio da Ricimero. Per volere dello stesso generale, l’11 luglio 472 diviene imperatore Anicio Olibrio, “burattino” nelle mani del condottiero militare. Lontano dalle battaglie, intanto, Flavio Ascanio, senatore di nobile stirpe, dopo una strenua lotta politica, è riuscito a vendicare il suo imperatore, Antemio, ma la sua azione non è passata inosservata e i seguaci del barbaro Ricimero lo inseguono senza pietà: con la morte prematura di Olibrio, il cui impero dura pochi mesi, nessun senatore ha più la protezione richiesta a Roma per sopravvivere in qualità di avversario politico, e Gundobado, nipote del barbaro burattinaio, ha già ordinato all’esercito di catturare e a uccidere Ascanio. Dragmir, messo dell’Impero, insieme alle sue guardie lo bracca e lo costringe a scappare dall’Urbe, verso Alberga, là dove tempo prima aveva trascorso la sua infanzia. La città però non è più la stessa e la casa padronale non corrisponde più ai suoi ricordi: il giardino in cui era stata sepolta la madre è ora un groviglio di rovi; l’atrio principale è stato deturpato dai predoni che trovano lì un posto più agevole di una cava per prelevare impunemente il marmo. Le province di Roma sono oramai in decadenza, così come la stessa Urbe...
476. A.D. è il terzo ed ultimo capitolo della saga di Giulio Castelli iniziata nel 2008 con Imperator, che narrava l’ascesa dell’imperatore Maggiorano, e proseguita nel 2009 con Gli ultimi fuochi dell’impero romano; la trilogia ora analizza le ultime lotte del senatore Flavio Ascanio, impegnato a fuggire i fuochi dell’impero così come la corruzione nella quale affoga Roma. Costui è un nobile desideroso di vendetta e di giustizia ed è un attento ricercatore della verità: non teme le ripercussioni, dalle quali riesce a sfuggire agilmente ogni qualvolta se ne presenti la necessità, e combatte per difendere i poveri, come un Robin Hood ante litteram. Castelli riproduce perfettamente l’ambiente dell’Urbe, non più la magnifica e radiante realtà narrata dai classici, ma città decadente e impregnata di corruzione e di sotterfugi, lasciando vivo il mistero e il fascino che aleggiava nell’Impero morente: grazie alle sue descrizioni sarà infatti possibile viaggiare da Roma alla Gallia, seguendo la corsa del protagonsita, costretto a sfuggire alle guardie del goto Dragmir. È bene puntualizzare, altresì, il lavoro meticoloso dell’autore, utile al successo del suo operato: il romanzo storico, infatti, rischierebbe di fallire anche per un solo piccolo errore storiografico o cronologico, ma, in 500 pagine di narrazione, Castelli non sbaglia mai, nemmeno nel puntualizzare l’ora in cui il misfatto di turno accade. Lo stile è scorrevole, di facile lettura, adatto ad un romanzo diretto a qualsiasi genere di lettore, impegnato o meno che sia. Le vicende di Flavio Ascanio inoltre offrono anche un’atra chiave di lettura, più aulica, rispetto al semplice entertainment: la realtà decadente di Roma è quanto mai contemporanea e risulta indubbiamente ricollegabile alla crisi morale che attualmente ci ritroviamo a vivere, offrendo, dunque, anche al lettore meno interessato all’epoca di trovare una sponda ai suoi interessi sociologici.

 

 

 
 
 
 
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