90 giorni

Dopo quattro mesi di riabilitazione in centro sorto sui resti di un vecchio manicomio, Bill ritorna a Manhattan - ai suoi occhi Oz - per rimettere piede nella realtà che ha abbandonato per ripulirsi. La casa sulla Quinta Strada non lo accoglierà più: era del suo fidanzato che ormai non appartiene più, dopo tanti anni, alla sua nuova vita. La sua agenzia letteraria è ormai un ricordo di antichi sogni, svaniti come i suoi impiegati e autori. Per dormire, fortunatamente, ha l’ufficio del suo amico Dave, che lo ospita in quel momento di transizione, ma solo dalle 10 alle 5 perché poi lui lì deve lavorarci. A trentaquattro anni suonati, Bill ha davanti a sé una montagna di incartamenti burocratici, debiti con il Sistema sanitario nazionale e mille nodi da sciogliere con se stesso e con quei pochi che gli sono rimasti vicino. New York lo spaventa perché è da lì che è tutto cominciato, lì vicino ci sono i suoi pusher, a cui deve ancora dei soldi, lì potrebbe miseramente fare un passo indietro e ritornare nel gorgo infernale della droga. Ma soprattutto, lì sa di essere solo, non circondato dal controllo confortante di medici e infermieri, lontano dagli orari imposti della cena e delle ronde notturne di sorveglianza, solo con il maledetto desiderio fisico di farsi. L’aspirazione finale è superare quella soglia imposta dalle organizzazioni che affrontano il problema dell’alcool e della droga, oltre la quale ci si può ritenere puliti: novanta giorni, 2160 ore, che diventano pian piano l’unica ragione di vita di Bill…
Il tratto più distintivo di queste “memorie dal sottosuolo” di un drogato newyorchese è l’onestà con cui vengono raccontati i momenti peggiori vissuti dal protagonista (in prima persona). La paranoia costante di essere perseguitato dagli agenti o dai tassisti, la difficoltà rappresentata dall’accettare persino di vivere un giorno alla volta senza ansie, la noia di quei giorni passati tra un gruppo di supporto ed un altro, un programma tv e un caffè con il suo amico/mentore. Con la lettura si diventa inevitabilmente sostenitori di questo importante cambiamento di vita, convinti che Bill ce la farà alla fine se la sua forza di volontà non viene intaccata dagli spettri del passato. Forse qua e là il libro può ricordare vagamente le vicende raccontate nei talk show americani (nel libro si parla anche di Oprah Winfrey) per motivare all’azione e al mutamento definitivo, i “make it happen” tanto cari al di là dell’Oceano. Seppur non ai livelli di altri “drogati” celebri, come Burroughs o Cocteau, rimane comunque indiscutibile l’ottima capacità di Clegg di raccontarsi senza troppi filtri.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER