Abbiamo ucciso il cane rognoso

Abbiamo ucciso il cane rognoso
Un cane randagio, vecchio e malandato, trascorre le sue giornate strisciando la sua vecchiaia addosso a muri carichi di urina, in cerca di un po' di cibo e qualche carezza. E' vessato ed emarginato da tutti, sia umani che quadrupedi. Il suo alter ego su due zampe è Iasura, una bambina che come lui vive isolata e addirittura additata di pazzia. I due trascorrono molto tempo insieme, esorcizzando le reciproche debolezze. Ma un giorno il veterinario del piccolo villaggio coloniale decide che è giunto il momento di porre fine a quell'ammasso rognoso di pulci. Si rivolge perciò ai ragazzini della zona proponendogli di rubare qualche fucile ai propri genitori e di andarsi un po' a divertire nel bosco, trascinandosi dietro quella vecchia carcassa a quattro zampe. Qualcuno tenterà però di opporsi a quel destino... Madala è uomo anziano e ormai malato. Lavora indefesso nei campi sotto un sole accecante, schivando di continuo cavallette, scorpioni e i dolori lancinanti della malattia che lentamente se lo sta divorando. E' sfinito e non aspetta altro che il bianco, il loro capoccia, dia finalmente l'ordine della pausa pranzo, per poter rifiatare un po'. Ma quel giorno la pausa non sarà affatto rigenerante. Anzi, nasconderà per lui la più amare delle sorprese... Un ragazzo al bar durante una rissa ha ricevuto una sonora lezione. E' sporco, sudato e arrabbiato. Pensa che forse sarebbe ora di tornare a casa. Uscendo ogni giorno presto e rincasando tardi, considera che è da un po' che non rivede la sua famiglia. Ma non ne ha alcuna voglia. Ad aspettarlo avrebbe trovato solo le urla dei fratellini minori e le lamentele della vecchia madre. Eppure...
Questo raccolta di sette racconti scritta dall’allora giovanissimo Luís Bernardo Honwana, fu pubblicata addirittura per la prima volta ne 1964. Tale silloge per altro rappresenterà la sua unica opera pubblicata. Honwana infatti, dopo aver vissuto in prima persona le drammatiche vicissitudini del colonialismo africano, è divenuto membro del consiglio esecutivo dell' UNESCO. E proprio le privazioni, le devianze, le vessazioni a cui è stato costretto negli anni del colonialismo il proprio popolo, sono al centro di questa raccolta di brevi storie allegoriche. Attraverso gli occhi innocenti dell'infanzia, Honwana ci racconta la forzata perdita di quella purezza, grazie a grandi e piccole iniziazioni a cui i protagonisti sovente sono sottoposti. Iniziazioni che nascondono la difficoltà di prendere coscienza di se stessi e delle proprie origini, vivendo costretti sotto la mannaia della violenza e del sopruso del bianco colonizzatore. Elemento questo visibile anche dalla forzata scissione linguistica che i protagonisti spesso utilizzano, metà ronga -la lingua della terra- e metà portoghese, la lingua del padrone. Un'opera semplice e breve ma dalla forza immaginifica dirompente, a dimostrazione che al potere ottuso della violenza e della sopraffazione spesso l'unica arma reale da opporre è solo quella della parola.

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