Accabadora

Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

A Soreni, un paese immaginario di una reale Sardegna degli anni Cinquanta, comincia la storia di Maria Listru, l’ultima femmina di una famiglia povera e di Tzia Bonaria Urrai, ultima madre di tanti figli, che senza pretendere nulla in cambio prende con sé in adozione la piccola. La vecchia e la bambina per tanti anni camminano insieme lungo le strade solitarie e bisbigliate di quella terra dove tutto scorre lento e legano i loro destini come il fango, la sabbia, i fiori e le formiche impastate nei giochi infantili di Maria. Tzia Bonaria, avvolta nel suo scialle nero, davanti alle braci di una casa in cui si respira l’immobilità di gesti rassicuranti, cuce abiti con le sue mani magre e insegna paziente il mestiere sartoriale a Maria, che nei silenzi e nelle parole della benefattrice scorge l’alfabeto essenziale della vita. Le stagioni passano, tra lutti e nascite, amicizie e sposalizi, rituali celebrati nell’infinito rimestare dei giorni, finché a un tratto qualcosa vacilla. Maria, che si è fatta donna, scopre l’inconfessato segreto della madre adottiva e, sconvolta, l’abbandona. Perché ci sono cose che si fanno e cose che non si fanno. Arriva a Torino, lasciandosi alle spalle il fardello di una colpa altrui e in una città dove tutto è diverso si mette a fare la bambinaia. Incontra l’amore, ma non può urlarlo e nella pena di un altro segreto si risolve a tornare nella sua isola, da cui mai in realtà si è allontanata. Qui rivede Bonaria e come lei in passato si ritroverà adesso sola ad aggrovigliarsi intorno al dubbio di una terribile decisione, che la renderà irrimediabilmente innocente e colpevole, se non di un’azione di un pensiero estremo...

E dove stia l’innocenza, dove la colpa, ciascuno di noi potrà stabilirlo a modo suo, secondo coscienza. L’autrice d’altra parte tesse in un crescendo di intensità emotiva un sottilissimo filo tra l’una e l’altra, e lo fa vibrare di quel sentimento antico, struggente e salvifico, che è la pietas. E’ con questa visione tragicamente umana, mescolata con il mondo ancestrale rievocato nel libro, che si compie una storia di disarmante bellezza, capace di bucare gli occhi con “immagini” che difficilmente il lettore potrà togliersi di dosso: le mani-gomitolo di Bonaria, che si liberano involontariamente platealmente dalla ragnatela del suo manto, per dare la morte; i contrasti accecanti di luce e ombra, bianco e nero, che scorgiamo appiccicati alla sua gonna rumorosa, tra le sue rughe di luna, nei suoi occhi di lacrime, in quel corpo trasparente e retto, che porta la dignità di un destino che non giudica mai e che non possiamo giudicare… Michela Murgia è davvero un talento da tenere sott’occhio e il suo Accabadora - ora ristampato in tascabile - un romanzo di autentica qualità, che si legge d’un soffio, con l’immediata urgenza di conservarne il sapore. Il sapore grasso e buio di quelle cose che tornano, anzi non sono mai andate via.



 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER