Achille piè veloce

Achille piè veloce
Scrittore afflitto dalla classica crisi creativa, Ulisse cerca di colmare il vuoto della penna lavorando come editor in una casa editrice al limite del fallimento: la Forge. Come l’eroe omerico, trascorre le sue giornate affrontando “terribili” pericoli e “combattendo” ferocemente per arrivare sano e salvo alla sua (amata?) scrivania. Le sue persecuzioni? Autori e personaggi degli scrittodattili che gli vengono affidati dal tondo e spiantato direttore Valerio, detto Vulcano. La vita di Ulisse trascorre così ogni giorno, alternando momenti di narcolessia acuta, “patologia” ereditata dal padre panettiere, ad attimi di “poligamia politropa”. Nonostante la presenza di Pilar, bellezza sudamericana mozzafiato, lo scrittore mancato sembra infatti non riuscire a disdegnare effimere avventure amorose. Celeberrima quella con Circe, ammaliatrice di uomini, nonché segretaria tuttofare di Forge. L’apparente normalità dell’esistenza di Ulisse viene però improvvisamente stravolta da una lettera misteriosa, che reca un mittente altrettanto sui generis: Achille. Il suo tallone? Una grave malattia degenerativa e deformante che lo costringe a rimanere inchiodato al suo computer, unico strumento di comunicazione con il mondo esterno. L’esistenza di Achille si muove tra il desiderio travolgente di “raccontare” e il limite invalicabile di una patologia senza via d’uscita. Con la sua lettera chiede a Ulisse di incontrarlo, dando così inizio al rapporto tra due estremi: Ulisse, che possiede tutti gli strumenti per esprimere la propria interiorità ma non sa come usarli, e Achille, che nonostante i limiti dati dalla sua condizione e un destino ormai segnato, ha tutta la forza per realizzare il desiderio di raccontarsi. Due esistenze incomplete che, solo l’uno nell’altro, troveranno la completezza che tanto desiderano…
Achille piè veloce si racconta attraverso un gioco di rimandi ossimorici e metafore. Basta soffermarsi sul titolo, superficialmente slegato dalla storia ma estremamente funzionale alla sua lettura semantica. Stefano Benni si impadronisce magistralmente dei nomi dei più celebri eroi omerici per “riempirli” di personalità e di carattere, calandoli in un contesto attuale e denso di spunti interpretativi. Chi conosce la mitologia greca sa bene che Achille, protagonista dell’Iliade e detto piè veloce, era figlio di Peleo, re dei Mirmidoni, e della ninfa Teti. Alla nascita la madre l’aveva reso invulnerabile immergendolo nelle acque infernali dello Stige, ma, trattenendolo per il tallone, fece sì che questo fosse l’unico punto vulnerabile del suo corpo. E sarà proprio il tallone la causa della sua fine. Non è un caso che Benni abbia scelto proprio questo nome per uno dei due protagonisti del romanzo, quello affetto da un male incurabile ma dotato di grande intelligenza e voglia di vivere. Un Achille piè veloce bloccato su una malefica sedia a rotelle e costretto a trasformare un computer nel prolungamento vitale della sua stessa persona. Poi c’è Ulisse. Non è il protagonista dell’Odissea, ma condivide con quell’Ulisse un destino da eterno nomade. I suoi viaggi sono principalmente metaforici e riguardano un percorso di crescita, sia interiore che nei rapporti interpersonali, un percorso fitto di prove che lo condurranno alla vera consapevolezza di se stesso e del mondo che lo circonda. Un mondo che l’autore descrive puntualmente facendo uso di metafore e termini emblematici, densi di valore semantico, sottintendendo spesso critiche (se vogliamo anche dure) alla società in cui viviamo, al consumismo che l’attanaglia, alla mancanza di valori, alle problematiche insite in essa. L’emblema della società dedita al consumo incontrollabile è il centro commerciale Shop Eden, il paradiso dello shopping, meta di consumatori impazziti, famiglie rumorose, rappresentanti della mediocrità, di un’umanità fatta di solo involucro, pronta a riempirsi metodicamente di tutto quello che la società del consumo non fa altro che propinargli. Lo Shop Eden, però, dietro un’apparenza di splendore e ricchezza paradisiaca, nasconde degli scheletri legati all’organizzazione del lavoro, alla mancanza di tutela per chi contribuisce alla sua immagine e al suo funzionamento. Stefano Benni riflette sul precariato, sui problemi legati al maltrattamento degli immigrati, su un sistema fin troppo edulcorato. Accanto allo sfondo sociale, non mancano tuttavia delle profonde considerazioni sul concetto di dolore e sul significato della letteratura. Achille e Ulisse si confrontano sulla base delle reciproche esperienze, dei rispettivi valori e del peso dato ad essi. Esiste una scala universale per stabilire cosa possa generare il dolore? Oppure ciascuno prova sofferenza di uguale intensità per motivazioni differenti? Ulisse e Achille compiono un viaggio attraverso i loro limiti e le loro paure, imparando a superarli e a trarre giovamento da essi. È la catarsi dello scrittore, la rinascita di una passione viscerale che troviamo concentrata nelle parole di Achille: «Sono un diseredato senza ricchezza. Un bifolco, con uno spietato padrone. Ma non sarò un’ombra che si spegne. Sono stato vivo fino alla fine. Ama il tuo respiro, Ulisse».

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