Acido fenico

Acido fenico

Un tavolo di legno. Ad una estremità s’intravede una sagoma, un’ombra, il Giudice. Di fronte a lui si accomoda un uomo. Domenico Carunchio. E comincia a parlare Carunchio, a raccontare. Racconta della sua vita, fin dal principio, fin da quando suo padre l’ha abbandonato in fasce, lasciandogli di sé solo quello strano cognome. Poi la scuola, sette giorni in tutto, un mondo fatto di piccoli coetanei per uno strano scherzo del destino tutti figli di dottori e professionisti, soprattutto quello biondo, quello col moccio al naso che gli diceva che puzzava di acido fenico. Ma lui sa di mare in realtà, un mare che puzza di alghe morte, di petrolio e merda di gabbiano. E il Giudice lo sa, non è vero? Perché viene dalla stessa città, il Signor magistrato. Certo viene dalla parte nuova, mica da quella vecchia come lui, da quel vicolo Santissima Annunziata talmente stretto che manco un sasso ci passava. E magari da piccoli si sono pure incrociati, come no, magari s’è pure scansato per via della puzza, come il biondo col moccio al naso, che quando la maestra chiese chi era il povero tra di loro quell’infame l’aveva indicato col dito, mettendolo alla berlina davanti a tutti. Ecco, Domenico Carunchio è in quel preciso istante ‒ mentre si stritola le mani dalla vergogna e sogna di avere una molletta da agitare in faccia a qualcuno ‒ che capisce realmente da che parte della barricata vuole stare. È esattamente in quel momento che Carunchio Domenico di Carolina diventa un camorrista...

Riprendendo Terroni, uno strepitoso monologo di Giancarlo De Cataldo datato primi anni ’90 e successivamente diventato Acido fenico e portato in scena con enorme successo da I Cantieri Teatrali Koreja con la splendida colonna sonora dei Sud Sound System, lo sceneggiatore, autore e critico cinematografico Steve Della Casa ‒ coadiuvato dalle splendide tavole dell’esordiente illustratore Giordano Saviotti, che ha plasmato Carunchio sul volto emaciato da duro di Vincent Cassel ‒ ha dato vita a questa splendida ballata per voce sola, ora con immagini, di questo potentissimo monologo in cui già erano evidenti i tratti distintivi del De Cataldo che avrebbero reso cult la trilogia criminale che va da Romanzo criminale a La notte di Roma, passando per Suburra . Non solo quindi la capacità di vivisezionare il mondo del crimine dall’interno, dalla sua ascesa con tanto di formula affiliatoria di giuramento all’intersezione con i poteri locali e alla metastasi a livello nazionale, ma anche lo scempio di una città. Là Roma, qui una Taranto brutta, sporca ‒ ma il brutto si vende, dirà Carunchio al magistrato nel suo monologo ‒, stretta tra la cementificazione selvaggia degli anni ‘80 e le mani inquinate e losche dell’Ilva pronte a stritolarla. Un rise and fall of a gangster in salsa tarantina che ti si attacca alla pelle e difficilmente anche a fine lettura ti abbandona, perché ‒ anche a voler far finta di non sentirlo ‒ il tanfo dell’acido fenico è davvero impossibile da ignorare.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER