Acqua

Acqua
Chuyia ha solamente sei anni e vive in un piccolo villaggio confinante con la foresta del Bengala. E’ ancora una bambina - impegnata a giocare con bambole d’argilla, prestare soccorso a cuccioli randagi e raccogliere dolce uva spina, eppure il suo destino sembra segnato inevitabilmente. Suo padre, Somnath, ha deciso che la figlia sposerà l’amico di famiglia Hira Lal, quarantottenne rimasto vedovo dal precedente matrimonio. Bhagya, madre di Chuyia, non sembra molto contenta all’idea che la figlia sposi un uomo più vecchio di lei di oltre quarant’anni, tuttavia non osa contraddire le scelte del marito. Così nel giro di qualche settimana la cerimonia nuziale verrà celebrata seguendo i canoni della tradizione braminica: i coniugi percorreranno per sette volte un cerchio disegnato sul pavimento e Hira Lal apporrà sulla fronte di Chuyia il tradizionale sindoor. Eppure, a distanza di pochi anni dal matrimonio, Hira Lal colto da una strana febbre morirà e Chuyia si ritroverà vedova all’età di soli otto anni, costretta ad abbandonare per sempre la propria famiglia e iniziare una nuova vita all’interno dell’ashram…
Nel 1998 Deepa Mehta diede vita alla realizzazione cinematografica di "Earth", film tratto dal romanzo La spartizione del cuore - disponibile sempre nel catalogo Neri Pozza - di Bapsi Sidhwa. Nel caso di Acqua invece il processo creativo sembra essersi invertito, poiché il romanzo in questione altro non è che la traslitterazione ad opera di Sidhwa della pellicola "Water", girata da Mehta. In questo processo di simbiosi culturale tra scrittrice e regista, noi - in quanto pubblico - non possiamo che complimentarci con entrambe per il successo della collaborazione. Successo che dal punto di vista letterario è decretato dalle indiscutibili doti di Bapsi Sidhwa, capace di riempire la pagina di visioni e sapori tanto intensi e reali da riuscire a regalarci una vera e propria passeggiata per le strade dell’India, paese lontano e vicino, celebre e sconosciuto, sempre più occidentale eppure ancora così esotico. La scrittura di Sidhwa è intensa, dolce e vivida, con un’ottima cura per i dialoghi e le descrizioni, un buon ordito alla base dell’intreccio e una suddivisione temporale sempre puntuale. E poi - è inutile negarlo - la paradossale condizione di Chuyia fa sì che ogni lettore conceda tutta la propria solidarietà alla piccola, derubata della propria infanzia.

 

 

 

 
 
 
 
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