Acqua in bocca

Acqua in bocca

In quel di Bologna, l’ispettrice di origini salentine Grazia Negro, in forza alla Questura del capoluogo emiliano, si ritrova coinvolta in un caso insolito che si rivela ben presto scottante assai più del previsto. Tale Arturo Magnifico, originario di Vigata in Sicilia, è stato rinvenuto cadavere sul pavimento della sua cucina, senza una scarpa, la testa infilata in un sacchetto di cellophane e accanto tre pesciolini rossi morti. La Negro, allontanata ufficialmente dall’inchiesta che qualcuno vuole insabbiare, decide di coinvolgere nella sua indagine non autorizzata il commissario siciliano Salvo Montalbano. Comincia così tra i due un dialogo a distanza fatto di lettere ufficiali cifrate e “pizzini” recapitati con i mezzi più improbabili ispirati  alle specialità culinarie dei loro paesi di residenza, una collaborazione che li condurrà alla soluzione del mistero in un vorticare di sparatorie, servizi segreti deviati, pesci tropicali, donne fatali e spietate, ritagli di giornale e verbali di polizia giustapposti e scambiati nei modi più ingegnosi, escogitati per evitare il controllo di oscuri poteri…

La struttura narrativa del romanzo è data da un divertente incrocio dei due mondi paralleli costituiti dai due personaggi letterari più amati del poliziesco italiano contemporaneo: Salvo Montalbano e Grazia Negro, creati dalle penne di Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli. I due poliziotti, profondamente differenti per  provenienza, carattere, stile di vita, oltre che per sesso, riescono ad interagire in questa vicenda mantenendo intatte le rispettive personalità e quindi restando perfettamente riconoscibili per i lettori. Ciò che appare più evidente leggendo Acqua in bocca è che i due autori si sono divertiti un mondo a far collaborare in questa indagine le loro creature. La sensazione si fa certezza alla fine del romanzo, nella postfazione a cura di  Davide de Gennaro della Minimum Fax che racconta la genesi assolutamente casuale di questo curioso esperimento. Si scopre così che tutto nasce da una specie di gioco tra Camilleri e Lucarelli impegnati a girare un documentario dedicato proprio ai due giallisti e ai loro metodi di scrittura, una sfida lanciata ai due dallo stesso de Gennaro: come si potrebbero comportare Montalbano e la Negro davanti ad un cadavere? L’improvvisazione prende forma rapidamente in quel pomeriggio di primavera del 2005, tanto bene da richiedere una stesura cartacea. Al grosso problema della mancanza di tempo dei due scrittori pone rimedio Camilleri scovando un romanzo giallo del 1936 di Dennis Wheatley, Murder off Miami, interamente costruito come un dossier attraverso foto, lettere, documenti, e suggerendo l’idea di un romanzo poliziesco epistolare scritto a quattro mani lavorando a distanza. Questa struttura composita, peraltro, non è nuova per il Maestro siciliano che l’ha ampiamente utilizzata in romanzi divertentissimi quali La scomparsa di Patò e Il nipote del Negus. La gestazione del romanzo dura ben cinque anni durante i quali Camilleri e Lucarelli si passano la palla per posta, scompaginando ogni volta all’altro la situazione, stimolando, in un botta e risposta, nuovi sviluppi della vicenda. Dal racconto di de Gennaro si evince che, da quella sorta di jam session di jazz iniziata nello studio romano di Camilleri quel pomeriggio, comincia una lunga sfida, una partita a scacchi in cui ognuno misura l’abilità dell’altro e, col sorriso ma anche con la serietà dell’impegno letterario, cerca di metterlo in difficoltà. L’editore racconta anche di telefonate di Lucarelli che confessa di essere stato “inguaiato dal Maestro con improvvisi cambi di strategia” volti a spiazzare l’avversario. Il risultato finale è una storia veloce e simpatica che si legge in una serata, scritta in tono lieve e scanzonato. Esilaranti le pagine in cui si incontrano altri personaggi delle storie dei due scrittori, dal simpatico Catarella sempre più pasticcione, a Fazio col suo complesso dell’anagrafe, e soprattutto al mitico Coliandro, l’ispettore imbranato che si crede Serpico, protagonista di un cameo che merita, da solo, l’acquisto del libro. Resta comunque, alla fine, un esercizio di scrittura, un divertissement, cosa che è allo stesso tempo il pregio del romanzo ma anche il suo limite: chi si aspetta una trama solida resterà certamente deluso dalla struttura narrativa decisamente esile. Tuttavia il consiglio per chi ama i due scrittori è certamente quello di non perdersi questo unicum e di goderselo, magari immaginandosi, sorridendo, quello che ha raccontato Lucarelli, ovvero  un reale scambio di “pizzini” relativi alla trama, infilati nei cannoli siciliani o camuffati tra i tortellini bolognesi. Davvero uno spasso.



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