Acqua e sangue

Bernard Finnegan, uno scrittore squattrinato e alcolizzato che vive in un palazzo a cinque piani sulla Bovery, ha uno strano vicino di casa, di cui finalmente – durante una estate rovente come solo le luride estati di Manhattan sanno essere – fa la conoscenza. È un uomo di circa ottant’anni, alto e sottile, all’apparenza gay, con sempre su un vestito di lino a righe logoro e sporco ma di fattura molto elegante e un fiore fresco all’occhiello, la faccia “un vero e proprio atlante dell’esperienza umana”. Harry Talboys – questo il nome dell’anziano dandy – lo invita nel suo appartamento per un drink. L’aria è densa di incenso e lui sa di profumo come una vecchia signora. Chiede a Bernard se è cattolico, gli racconta episodi della sua giovinezza, cerca la sua confidenza. Lo scrittore inizia ad accarezzare l’idea di scrivere un libro su Harry e quindi passa a trovarlo spesso, in quella opprimente estate. Finché una volta il vecchio inizia a raccontargli una storia davvero strana a proposito di un angelo… In un umido giorno autunnale, la dodicenne londinese Evelyn scopre nel giardino di casa sua un esploratore. Vive in una tenda logora, mal protetto da una zanzariera piena di buchi, è magro e i suoi vestiti sono sporchi di sudore e sangue. Possiede una borraccia vuota, una pistola, due pallottole, tre fiammiferi e una mappa del Congo settentrionale. Pallido e tremante per la febbre, chiama Evelyn Agatha, come la nutrice che lo accudiva quando era malato da bambino, e la ragazzina gli porta dell’acqua fresca. L’esploratore è terrorizzato perché teme di essere attaccato dai pigmei, Evelyn lo rassicura e lo accarezza finché l’uomo non si addormenta, poi tona a casa. I suoi genitori non devono sapere niente di lui…

Un’antologia che raccoglie racconti risalenti più o meno alla seconda metà degli anni ’80, scritti quindi da Patrick McGrath prima dei romanzi che ne hanno decretato il successo e ne hanno definito lo stile, quel noir “gotico-psicologico” che è divenuto in seguito il suo marchio di fabbrica. Pur tra qualche ingenuità, tra qualche manierismo, tra qualche cliché da pulp magazine e qualche sperimentalismo narrativo sfuggito di mano, i racconti non annoiano certo. Si va dalla descrizione dei ripugnanti effetti di maledizioni indiane che fanno spuntare mani vive come fossero gigantesche verruche sulle teste dei colonizzatori inglesi alle notti da maudit di pittori newyorchesi che cercano di dimenticare un divorzio con l’alcol e la compagnia di prostituti tredicenni in riva all’Hudson, dall’angoscia profonda di un sacerdote pedofilo che ha assassinato un bambino dopo averne abusato all’ultima beffa di un serial killer degli anni ‘50 che progetta di uccidere una giornalista proprio mente sta andando alla forca. E sono solo pochi esempi di un campionario che esplora tutte le sfumature del nero, senza disdegnare puntatine nel soprannaturale. C’è molto di barocco, ma c’è anche un gusto molto Eighties. C’è la psicoanalisi – come sappiamo uno dei cardini dell’opera di McGrath, figlio di uno psichiatra in servizio al manicomio criminale di Broadmoor, c’è una morbosità sotterranea, c’è un odore di fiori in putrefazione che incombe su tutto.



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