Acqua viva

Acqua viva
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C’è uno spazio dentro e uno spazio fuori. È domenica, ma la storia inizia di sabato. È mattino, è l’alba, poi è notte. È l’alba dentro la notte. È estate, una seconda notte di luna piena. Sono le tre e trenta del mattino, lei scende e torna a scrivere. Ogni cosa ha un istante, ogni istante passa nell’aria che respira. Ma il presente sfugge, l’attimo svanisce. La parola è una quarta dimensione, è l’istante ‒ adesso che non è più. Le parole sono corpo sulla tela del tempo, materia prima che viene plasmata e fissata. Le parole sono linee curve che si intersecano, tratti sottili, rotonde, intricate, tiepide, fredde come acqua di torrente. Cieche di senso. La pittura è diretta, la parola è discorso. Cosa si può fabbricare con le parole? Costruire frasi primarie come i colori. Le parole non dipingono idee, non dipingono il “mai” e il “per sempre”. Scrivere è il modo per misurare il silenzio, costruire il confine. Il linguaggio obbliga, è teso, severo. Il linguaggio definisce l’ombra e non l’oggetto. Come si può mettere in parola senza descrivere? Bisogna fluire. Ci vuole la forza del pensiero senza parole. Come la pittura, che non ha parole…

Benjamin Moser, nella sua biografia su Clarice Lispector, la definì il più importante scrittore ebraico dall’epoca di Kafka. La poetessa americana Elizabeth Bishop, che conobbe la Lispector a Rio de Janeiro negli anni Sessanta e fu la prima a tradurre i suoi racconti, scrive in una lettera indirizzata all’amico poeta Robert Lowell: “In realtà credo che sia meglio di Jorge L. Borges”. Clarice Lispector nasce in Ucraina nel 1920, ma nel 1922 fugge con la famiglia in Brasile per mettersi in salvo dalle atrocità della guerra civile che seguì la Rivoluzione russa. Partire diviene un imperativo quando la madre subisce uno stupro da parte di alcuni soldati russi in uno dei pogrom che decimarono la popolazione ebraica nel paese. Una violenza che rese la madre invalida e sifilitica, obbligandola alla morte quando Clarice aveva solo nove anni. Ci si può chiedere come tanto dolore possa essersi trasformato negli anni in quel “alleluia” gioioso e liberatorio che apre il libro Acqua viva, un libro che non è un libro poiché come l’autrice stessa afferma: “Non è così che si scrive”. E infatti è un’opera quasi inafferrabile, che si muove e si sposta, fluida come acqua che scorre. Un poema in prosa, sfuggente e irraggiungibile come la medusa dei fratelli Blaschka ritratta in copertina (água-viva in portoghese significa medusa). Indirizzato come una lettera mai inviata ad un indefinito “tu”, Acqua viva è un dipinto (non a caso la protagonista è proprio una pittrice) che non rappresenta nulla se non se stesso, una forma pura di linguaggio nel quale il linguaggio stesso diventa corpo, colore. La parola scritta si fa materica, una “quarta-dimensione”, “l’istante-adesso”, un istante che diventa concreto. Ma le parole sono di ostacolo fra chi scrive e la realtà, perché chi legge tenterà sempre di usare il linguaggio delle parole per provare a comprendere ciò che l’autrice non sa spiegare: “Ti scrivo perché non mi capisco”. Un’opera-quadro che non pretende di essere interpretata, non ha un inizio, né una direzione, né un senso… è solo un transito, un passaggio entro cui muoversi vivi come acqua.



 

 

 
 
 
 

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