Ad alta voce

Ad alta voce

A Palermo il 21 dicembre 1946 una bambina si diverte a scoprire il regalo destinatole per la festività della Befana. Svela un segreto già intimamente confessato a se stessa, perché ormai sa che i suoi genitori sono gli artefici di quel dono, complice una conversazione degli adulti, immediatamente colta dalla piccola. Con il compiacimento tipico di chi ha vinto un premio, la bambina svela anche al fratello quello che i genitori hanno in serbo per lui, ma proprio mentre il sonno sta per subentrare inesorabile, alcuni spari rompono la tranquillità di quella casa. Ad essere ferito da alcuni colpi d’arma da fuoco è proprio il papà della piccola Antonina, Nicolò Azoti, un sindacalista palermitano da tempo impegnato nella difesa dei braccianti dal latifondismo mafioso. Quella insospettabile entrata del padre, sanguinante e già agonizzante, scatena il caos, lì dove fino a quale ora prima tutto era in pace profonda. In quella casa, ormai è tutto un via vai di vicini, parenti, carabinieri, giunti in soccorso di Nicolò, che viene tolto alla vista dei suoi figli, mentre riceve le prime cure sul lettino di casa, in una giornata che fulmineamente è diventata notte…

Vincitore del premio Pieve Saverio Tutino 2004, scritto da una maestra in pensione da sempre in prima linea su questioni di criminalità organizzata, Ad alta voce ‒ qui presentato in una nuova edizione ‒ è un’opera solo apparentemente a sfondo privato, perché è attraversata da quella coralità inevitabile per chi sente temi di impegno civile. Un tesoretto umano e sentimentale vergato con un tono discreto ed dimesso, dall’eleganza pungente, che si muove sapientemente fra vissuto personale, testimonianza e cronaca italiana dei principali fatti malavitosi degli anni ’90, ma che in realtà sferra cazzotti al lettore tentato dall’indifferenza al problema mafioso, scuotendolo dalle fondamenta e incantandolo per come restituisce la straordinarietà dell’ordinario, il fascino pulito dell’onestà, il coraggio della vita quotidiana, a ricordo di un sindacalista che, per il suo estremo sacrificio, fa coppia con il più noto Placido Rizzotto fra le vittime innocenti di mafia. Un libro che si fregia, senza sovrabbondanze autocelebrative, dei contributi di Don Ciotti, Nicola Tranfaglia, nonché di Umberto Santino, bravi a rispettare e a non ledere, seppur involontariamente, la fierezza del letterario grido gentile che si leva da queste pagine.



 

 

 

 
 
 
 

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