Addio al calcio

Addio al calcio
La fatica di un padre appassionato che tenta a modo suo di aiutare il figlio piccolo di appena cinque anni a superare la paura del pallone lanciandogli delicatamente addosso a più riprese lo stesso, come in un personale rituale preparatorio al gioco del calcio. Oppure l'interminabile serie di palleggi - sempre tra padre e figlio - nei pomeriggi di domenica alternati al susseguirsi dei risultati fuoriusciti da una radiolina gracchiante. Il tutto fino al calar del sole, quando finalmente esausti ma felici i due si infilano nell'antico caffè di Villa Borghese “[...] con i vetri molati e legno alle pareti, camerieri vetusti e gran gelati.”, bar in seguito crollato sotto i colpi impietosi di ruspe e caterpillar. Ma poi il figlio diviene ragazzino e allora tocca sempre al padre dover trovare le parole giuste - dopo aver assistito entrambi alla finale degli Europei persa dall'Italia ai supplementari a seguito di un'incredibile rimonta avversaria - per giustificare la prima dolorosissima delusione, che accompagna la scoperta dell'irreparabile, seppur travestito da futile goal. E come tacere la favolosa melodia dell'acustica in uno stadio. Della commozione che genera “[…] il colpo del piede sulla palla, lo scontro tra avversari in mezzo al campo, il legno della traversa che continua a vibrare lungamente dopo essere stato centrato.” Qualcosa che ha a che fare con il suono del diapason. E a proposito di suoni impossibile non ricordare quello ovattato di un pallone di spugna, scoperto per caso, come un tesoro, il giorno di un trasloco durante l'infanzia. Eppure oggi anche il calcio sta mutando i suoi connotati, i suoi suoni, i suoi colori, e gli attori che da sempre lo animano non possono che adeguarvisi, seppure con rimpianto. Così quel figlio un tempo allenato al suono del pallone sul proprio corpo per assorbirne la gioiosa forza, ora adolescente, è diventato un tifoso da display, e inforca gli stessi occhiali da miope non più come il padre che li distruggeva per cercare d'intercettare un cross, ma per concentrarsi sulle partite virtuali alla Playstation...
Valerio Magrelli, romano, classe '57, è ordinario di Letteratura francese all'Università di Cassino. Scrittore e poeta tra i più raffinati e stimati (nel 2002 la prestigiosa Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana), in questo suo Addio al calcio ha ripercorso con incantevole e malinconica nostalgia l'intero percorso del rapporto generazionale che lega padre e figlio grazie al file rouge del gioco del calcio. Una passione raccontata attraverso novanta meravigliosi frammenti di vita – con tanto di intervallo fra primo e secondo tempo - a cavallo fra la poesia e l'autobiografia, capace di emozionare anche il lettore più refrattario e ostico a questo sport. La commovente iniziazione del figlio piccolo terrorizzato dal pallone, gli interminabili palleggi la domenica pomeriggio, le leggende metropolitane, il racconto di grandi campioni del passato, la malinconica consapevolezza del tempo che passa sotto forma di umiliante gentilezza dei più giovani che durante una partitella - tu oramai quarantenne - ti danno del lei, l'inevitabile bellezza romantica di un tempo oggi perduto, sotto i colpi della tecnologia sempre più esasperata e spettacolarizzata. Insomma tutta la magia di uno sport epico, romantico, popolare, raccontato con la sensibilità, la grazia onirica e tridimensionale di una penna che solo pochi fortunati eletti hanno il dono di possedere.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER