Addio all’Irlanda

Addio all’Irlanda
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“Liverpool” sussurra Grace a Mary Kate, accalcandosi sul parapetto, il porto ormai vicino. Grace riesce a scorgere tra la folla i suoi connazionali: occhi tristi, madri che stringono forte i loro figli, figli che si aggrappano impauriti alle gonne delle loro madri; le borse tenute strette strette, tutti in cerca di coprirsi come possono dall’umidità di quella sera di novembre. Mendicanti in cerca di un luogo in cui poter vivere più serenamente, anche se i loro visi avrebbero recato per sempre i segni del dolore di quanto patito, della fame, che è tuttora il loro pensiero costante, delle perdite subite. Alcuni, di lì a poco, avrebbero proseguito verso l’Australia, altri verso il Canada, altri ancora, Grace compresa, avrebbero affrontato il temibile e disumano viaggio per gli Stati Uniti. Julia si rivolge subito risoluta a Grace, intimandola di tenersi vicina Mary Kate, la figlia di soli tre anni, e di non prestare attenzione a quanti le si sarebbero avvicinati appena scese al porto: sono tutti contrabbandieri, furfanti, pronti ad approfittarsi della povera gente. Loro hanno un indirizzo, Julia ha promesso di badare a Grace e alla figlia fino alla partenza della nave capitanata da Reinders, un americano che si dice essere il migliore per compiere la traversata. Grace è spaesata, il ricordo di suo padre e del suo figlio neonato lasciati in Irlanda non la lascia in pace; eppure, nella sua condizione di ricercata per omicidio non può restare nella terra natia, deve fuggire. Sean, il fratello, già arrivato in America, la sta aspettando, e presto, quando il bambino sarà cresciuto e avrà sufficienti forze, la raggiungerà con l’amato padre. Non resta che andare avanti, come ha sempre fatto, anche dopo la morte del suo Morgan...

Ann Moore firma il secondo volume della trilogia, iniziata con il fortunato romanzo Terra perduta, continuando a narrare, con il suo consueto ritmo incalzante e la mescolanza di fiction e realtà, la storia della popolazione irlandese nella seconda metà dell’800, quando si abbatté sull’Irlanda una terribile carestia, la Grande Carestia del 1845 (The Great Famine), che causò un milione di morti ed un’emigrazione forzata massiccia. Mentre nel primo volume veniva descritta la realtà subita dalla popolazione irlandese e le vicende della famiglia di Grace alle prese con i problemi dell’agricoltura, qui la fa da padrona il passo successivo, il momento in cui si decide di lasciare l’Irlanda per imbarcarsi verso la speranza di una nuova vita, abbandonando la propria terra. Il racconto del viaggio per mare, le condizioni estreme dei passeggeri nelle stive, è straziante ed occupa una buona parte del romanzo. L’arrivo negli Stati Uniti, le condizioni degli emigrati e la ghettizzazione delle popolazioni delle differenti etnie sono narrati con penoso realismo e, ahimè, alcuni passi non sembrano affatto descrivere realtà lontane. La figura di Grace, d’altra parte, è sempre luminosa, un faro di coerenza, forza e dolcezza che getta speranza nel buio di questi avvenimenti. La ragazza ventenne continua ad essere il fulcro su cui tutta la vicenda ruota. Anche qui vi è una divisione abbastanza netta fra i “buoni” e i “cattivi”, che forse pecca di banalità, eppure la storia, ricca di intrighi, vendette, intrecci, si lascia leggere con passione e scorrevolezza, alla stregua di un feuilleton. Si apprezza meglio se si è letto il primo volume, ma anche chi si è perso l’episodio precedente non potrà non passare qualche buona ora in compagnia di questo libro, che consiglio.



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