Addio a Berlino

Un giovane uomo, alter ego dell’autore, nel 1930 si trasferisce a Berlino per insegnare inglese. Sono gli ultimi anni della Repubblica di Weimar, poco prima dell’ascesa del Nazismo e su questo sfondo si muovono una serie di personaggi sopra le righe: artisti, intellettuali, borghesi, ricchi, poveri, folli. Da Sally Bowles, aspirante attrice fuori dalla realtà, a Natalia Landauer, ebrea di famiglia ricchissima colta e viziata, che andrà incontro ad un brutto destino. E poi c’è la famiglia di Natalia, ricchi industriali, ci sono i Nowak, la signora Schroeder, la padrona di casa di Sally, c’è Otto, adolescente incompreso e confuso innamorato di Peter, con il quale ha una relazione omosessuale …
Tante storie che si alternano su un’ombra che si fa sempre più imponente e minacciosa, quella del nazismo. Addio a Berlino è un classico della letteratura del Novecento composto da sei racconti lunghi, tutti strettamente connessi fra loro attraverso vicende e personaggi, che raccontano il periodo passato dall’autore Christopher Isherwood nella città tedesca dal 1930 al 1933. Pubblicato per la prima volta nel 1939, in Italia arriverà solo nel 1966, grazie a Garzanti. Viene ora ripubblicato da Adelphi, che sta curando negli ultimi anni tutta la bibliografia dell’autore, nella consueta veste elegante e raffinata e con una nuova traduzione (di Laura Noulian). Come in Un uomo solo e ne La violetta del Prater, il tono autobiografico di Isherwood invade la narrazione, che si concentra su una visione critica e sarcastica del tempo e dello spazio delle vicende. I suoi protagonisti sono persone che vivono la loro vita fra eccessi e desiderio di accettazione, in un momento storico che sembra voler distruggere tutte le lotte e i progressi in ambito sociale e culturale raggiunti fino a quel momento. Berlino come luogo di perdizione e di follia, nel senso di ricerca di libertà, prima che la follia, quella vera, prenda sul serio piede e nel modo peggiore possibile. Ma lo sguardo di Isherwood in questo caso è stranamente pacato, non ha il tono favolistico da operetta de La violetta del Prater né tantomeno quello meditabondo di Un uomo solo, anche se le tematiche e lo stile - che fa capo alla forma del cinema (mezzo nel quale Isherwood ha più volte lavorato) come egli stesso dichiara indirettamente nell’apertura del testo scrivendo “Dalla mia finestra, la strada ampia, solenne, massiccia” - restano molto riconoscibili. In Addio A Berlino il giovane scrittore inglese osserva con circospezione e narra la vita quotidiana sua e degli altri personaggi lungo il tempo di quei tre anni in cui si alterano ricchezza e povertà, case borghesi e pensioni squallide, bar malfamati, la speranza dei sogni e la decadenza di un mondo in frantumi, ultimi scampoli di beata incoscienza degli anni Venti. Un’opera letteraria potente e ricca di riferimenti alla quale sono seguiti due adattamenti cinematografici, “La donna è un male necessario” di Henry Cornelius con Julie Harris e Laurence Harvey e l’intramontabile “Cabaret” di Bob Fosse con una Liza Minnelli e una Marisa Berenson all’epoca in stato di grazia, a loro volta adattati dallo spettacolo “I’m a Camera” di John Van Druten, noto autore teatrale degli anni Quaranta.

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