Addio, e grazie per tutto il pesce

Addio, e grazie per tutto il pesce
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Fenchurch, detta Fenny, è stata finalmente raggiunta da Arthur Dent in un appartamento londinese che è ubicato nella stessa posizione della caverna in cui l’uomo ha abitato per anni in un’altra epoca, visto che ha vissuto tutto il vivibile e anche di più nel corso della sua avventurosa e quasi interminabile esistenza. Fenny non lesina a ripetere che ha una specie di rimorso che le arde nel cuore: la Terra è mondo infelice e stupido, dedito all’abuso di carte American Express e in balia di pezzi di carta colorati chiamati denaro, ma la ragazza ha scoperto il segreto per renderla un paradiso. Purtroppo, però, tanto tempo fa, chissà quanto, un istante prima che potesse comunicare la sua strabiliante scoperta, la Terra venne demolita per fare spazio a una superstrada galattica degli efferati alieni Vogon. Nulla di male perché - ce lo recita senza remore anche la indubitabile, immancabile Guida galattica per autostoppisti, vera bibbia per alieni e non - la Terra, la nostra amata Terra, è un pianeta sostanzialmente inutile; può esserci o meno, il tutto (il resto del tutto) se ne infischia. Ma come mai ora e adesso Dent e Fenny si guardano negli occhi e sono vivi? Tutto merito dell’alieno Ford Perfect, vecchio amico-nemico di Arthur, a migliaia di anni luce da loro, capace di rimettere in vita solo per il suo amico Arthur questo malmesso pianeta, manomettendo le leggi dell’universo e soprattutto l’ultima versione aggiornata della Guida. Perché in questo manuale esiste tutto ciò che c’è per davvero, il resto è solo fugace, transitoria realtà. E Arthur, stordito più del solito, ha una sola certezza: “Solo dagli occhi si capiva che, qualunque cosa al'universo pensasse di stargli facendo, Arthur continuava a desiderare che smettesse di farlo”…

Quarto episodio della saga iniziata con la Guida galattica per autostoppisti (che in questo romanzo viene citata e spiegata più volte, quasi fosse un testo supremo), il romanzo si muove con il solito andamento schizofrenico e autoreferenziale dall’inizio alla fine, agitato dalle consuete estemporanee trovate. Un narrazione asincrona, tra guasti temporali e improvvise attualità che poi si slanciano al futuro o tornano al passato, in un turbinare di paragrafi strabilianti e talvolta geniali, dalla balorda idea della CIA di far finta che esista un popolo chiamato Vogon capace di distruggere la Terra alla scomparsa dei delfini causata dal disastro, all’arrivo del totem onnisciente Wonko l’equilibrato, ed altro ancora. Con citazioni continue dei romanzi precedenti: la caverna di Dent, i Vogon, il pianeta Krikkit, i vecchi compagni d’avventura come Trillin. Il tutto con inaspettate escursioni sulla contemporaneità di allora (metà anni ottanta), dai poteri della musica dei Dire Straits all’odio malcelato e corrosivo per carte di credito et similia. Insomma il solito guazzabuglio, oramai usurato, giunto al quarto episodio con gli usuali pochi pregi e i diversi e oramai incancreniti difetti. E il pesce nel titolo e in copertina cosa indica? Nulla. O forse tutto, in piena sintonia col romanzo che illustra.



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