Addio mia amata

Addio mia amata
Il “Florian” è una bettola da negri nei pressi di Central Avenue. Un uomo grande e grosso, alto quasi due metri e largo quanto un barile di birra mi si avvicina, mi strizza la spalla e mi invita - se così si può dire - a entrare in quel locale da quattro soldi, metà trattoria e metà bisca. Sta cercando una certa Velma, la sua piccola Velma che non vede da otto anni e che un tempo lavorava lì. L’atmosfera è ostile e gli afroamericani sono più che intenzionati a farci passare per i “negri” della situazione. Il bestione che mi tiene quasi in ostaggio con la sola potenzialità della sua forza reagisce alla provocazione di un bullo da quattro soldi che non aveva altro di meglio da fare che cercare rogna. La situazione si infiamma in un attimo e ci scappa il morto. Prevedibile…
Cosa lega un omicida braccato dalla polizia e una preziosa collana di giada rubata da una banda di ricattatori? Apparentemente nulla, ma sarà proprio a partire da queste due vicende che Chandler articolerà la trama di Addio mia amata, secondo romanzo con protagonista il carismatico e disilluso detective Marlowe. Come ne Il grande sonno, a fare da sfondo a questa indagine intricata e un po’ sconclusionata è una Los Angeles cupa e ambigua in cui ricchezza e povertà e vizio e virtù si abbracciano in un continuo avvicendarsi di atmosfere e situazioni in chiaroscuro. Meno equilibrato e più complesso rispetto al suo predecessore, Addio mia amata colpisce immediatamente per la prosa avvolgente, carica di descrizioni affilate e per l’intrigante articolazione delle varie sottotrame, ma si perde di tanto in tanto nel raccontare personaggi che mai sono apparsi così abbozzati e incompiuti nella produzione dell’autore statunitense. Le imperfezioni, comunque, non riescono a disinnescare curiosità e suspense.

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