Adua

Adua

Adua. Un nome di donna i cui soli quattro caratteri evocano a un tempo un Paese straniero, un passato coloniale di dubbia fama, una lingua misteriosa. Ma a lei, che vive in Italia praticamente da sempre, questi pensieri non fanno lo stesso effetto: per lei la Somalia, dov’è nata, è un mondo che con difficoltà è riuscito a liberarsi dall’ennesima guerra e che ha visto, dopo lo scoppio di quell’ultimo conflitto, lo “scoppio” di una pace basata su nuovi conflitti potenziali (lei stessa progetta di tornare alla casa paterna sfrattando gli abusivi occupanti del periodo bellico) e su entusiasmi fragili di guadagni facili, di business a portata di mano, che hanno il sapore tanto delle occasioni da cogliere al volo quanto degli illusori affari che si fanno in certi mercatini, dove troppo tardi si scopre che nel pacco non c’è l’autoradio, ma un mattone dello stesso peso. D’altro canto, continua a pensare alla sua vita a Roma, alla carriera d’attrice iniziata e finita molti anni fa, ma alla quale non ha mai intimamente rinunciato; e al fidanzato di oggi, appena sceso da un barcone, con il quale sta cercando faticosamente - e senza crederci fino in fondo - di costruire un futuro per entrambi...

Sarebbero tante le cose da annotare su questo bellissimo romanzo di Igiaba Scego, giornalista e scrittrice romana di origini somale. Adua è una donna adulta che soffre ancora - come da bambina - per la mancanza di un padre che era assente proprio quando credeva di esserlo meno, con le sue frasi fatte, il suo maschilismo - magari tradizionale ma nondimeno deteriore in quanto acritico - la sua scarsa affettività, incapace di ascoltare la figlia al punto che questa trova maggiore compagnia nella statua dell’elefante che regge l’obelisco in piazza Santa Maria sotto Minerva: almeno lui sembra avere le orecchie più grandi e ricettive. Uomo che ha patito il fascismo della colonizzazione, e il bullismo dei camerati italiani (che qui fanno francamente - e giustamente - la figura dei deficienti, intenti a compiacersi della loro violenza che li vede accanirsi in tre contro uno, quell’uno che è poi l’unico che potrà aiutarli domani nella sua qualità di interprete). Caratteristica fondamentale dell’intero romanzo è proprio l’equilibrio: nessuno è santo né dannato, da nessuna parte. Finalmente la Storia si armonizza con le tante storie personali che non conoscono né bianco né nero e perfino i compatrioti somali si scherniscono a vicenda - non senza una certa cattiveria - con i nuovi immigrati che chiamano “vecchie lire” quelli che li hanno preceduti e questi, a loro volta, che danno loro del “Titanic”. Un libro di grande emotività, scevro da sentimentalismi. Consigliato.



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