Affinché ti ricordi di me

Affinché ti ricordi di me
Canada subartico, fine agosto 1977. L’aspirante scrittore Howard Norman arriva nella cittadina di Churchill. Su committenza di un museo statunitense, egli deve tradurre e trascrivere delle leggende popolari esquimesi - incentrate sulla vicenda di Noè, dell’arca e del diluvio universale - raccontate da Mark Nuqac, un vecchio inuit. L’attività di Howard è la stessa che sta impegnando l’anglo-nipponica Helen Tanizaki per conto di una casa editrice giapponese. Se Howard è alle prime armi nelle sue imprese di linguista e dunque si sente insicuro e talvolta approssimativo, Helen è una brillante studiosa già affermata nel suo campo, forte di una maggiore esperienza - ha 39 anni, 11 più di Howard - ma soprattutto di una vera e propria “attrazione” per le lingue, che illumina ogni lavoro con cui si cimenta. È forse per questo che Mark (burbero al pari del Noè di cui narra) interagisce più agevolmente con Helen piuttosto che con Howard. Malgrado l’eventualità di frizioni, il ragazzo prova sentimenti di stima e ammirazione per la donna e i due diventano amici. Da subito Helen rivela a Howard di essere malata e che le restano pochi mesi di vita, ma questo non pregiudica lo schiudersi di un mondo di reciproche confidenze, di consigli e di silenzi…
A quasi vent’anni di distanza, il ritrovamento dei diari della sua permanenza a Churchill rappresenta per Howard Norman la preziosa occasione per sfidare il doloroso rimpianto, che inevitabilmente ne accompagna la lettura, e per diventare, invece, la base ispirativa del memoir Affinché ti ricordi di me. Norman - ormai scrittore a pieno titolo che ha fatto dell’essenzialità della parola la caratteristica principale del suo stile letterario, particolarmente incisivo per sobrietà e nitore - immette in un contesto narrativo un pezzo importante del proprio vissuto, consentendo a se stesso di ripensare profondamente quel passato, riuscendo così a coglierne completamente la portata, trattenendo ciò che prima si era disperso, a causa dell’inesperienza e di una fisiologica immaturità. E dunque non c’è alcuna cupezza negli ultimi scampoli di vita di Helen Tanizaki raccontati dal suo amico Howard: principale protagonista è il fieri di un’amicizia, assente il senso di angosciosa attesa e di assurda sospensione verso una morte annunciata. Ogni pensiero e gesto di Helen, infatti, è cinto da una coltre di garbo e compostezza, volta a rimandare sempre a un secondo tempo la percezione di lei come di una persona prossima alla fine. La donna non soccombe prima del tempo, bensì “cerca di entrare nella morte a occhi aperti” - per dirla con Marguerite Yourcenar - nutrendosi di vita fino all’ultimo: imbastendo discussioni filologiche, leggendo i versi del poeta Akutagawa e desiderando incarnarsi in un uccello di mare e di scogliera. «Odio che la mia malattia ponga tali confini all’euforia» dice Helen e in ciò sussiste un che di eversivo: infatti, l’automatismo comportamentale del ritirarsi dalla vita quando si sa che sta per finire viene ribaltato e quanto è ancora dato viene accolto con curiosità, pienezza, ironica disinvoltura. Così anche nell’amicizia tra Helen e Howard vi è qualcosa di eversivo: essa nasce e si sviluppa non cedendo al ricatto della brevità e del consumo istantaneo, perdurando oltre il concesso attraverso l’incantesimo della letteratura, che ne suggella l’infinitezza.

 

 

 

 
 
 
 
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