African inferno

African inferno
Sandro Farina detto Sandrone, nel 2003 è un normalissimo “semi-impiegato comunale”, sposato con Marisa, figlia di uno dei principi del Foro di Pavia, il viscido avvocato Migliorati, grazie al quale la coppia vive nella più totale agiatezza. Hanno una bambina di nome Chiara, di due anni e mezzo, che adorano. Benestante e tranquillo, insomma, Sandrone. E ordinariamente stufo di affrontare la routine di ogni insopportabile mattina come molti, moltissimi uomini comuni. Non sa che ben presto le rimpiangerà quelle insopportabili mattine, perchè una grossa sciocchezza darà una svolta in negativo alla sua esistenza. Complice il suo carissimo amico congolese Joyce Lukwazy, estroso regista e video-artista da anni in Italia, una birra di troppo, e un'avventura furtiva con una studentessa sprovveduta la quale non esita il giorno seguente a fare un clamoroso outing nel suo ufficio davanti nientepopodimeno che all'eminente suocero, ecco che la frittata è fatta: Sandro Farina detto Sandrone nel 2004 lo ritroviamo sul punto di perdere il lavoro, separato, con una figlia che vede pochissimo. Logicamente sbattuto fuori di casa e a corto di quattrini, Sandro infatti è andato a vivere in una casa in affitto alla periferia di Pavia, condividendo l’appartamento con i camerunensi Richard e Modestin, giovani laureati e al primo impiego - ben lontani da quelli che i più con malefica ironia chiamano vù cumprà. E per Sandro, che ha un passato di impegno sociale a favore degli immigrati e militanza politica, vivere con due africani fa scattare subito la spinta alla solidarietà che non aveva mai smesso di animarlo, nonostante pregiudizi e preconcetti sulle sue frequentazioni africane da parte di suocero, famiglia e colleghi di lavoro; sperimenta sulla sua pelle i pregiudizi razziali della gretta provincia lombarda, incarnata dal padrone di casa, dai compagni di lavoro, dai vari vicini del quartiere. Ma con la convivenza scopre anche un razzismo alla rovescia; impara che i preconcetti appartengono anche a quei giovani eroi di colore che lui vedeva  puri e perfetti ma che semplicemente sono uomini come tutti gli altri, con le loro meschinità, e le loro contraddizioni. Intanto del suo amico Joyce, dalla loro bravata in poi, non ha più avuto notizie. Viene solo a sapere, per vie traverse, che l’amico ha fatto ritorno in Africa per visitare la sorella, misteriosamente malata. Finchè un venerdì d'aprile del 2004 il dottor Lukwazi fa ritorno in Italia assieme alla sorella Jadore, “una donna semplicemente meravigliosa”. Ed è con l'arrivo di Joyce che la vita di Sandro va incontro ad un'altra svolta...
African inferno è una tela patchwork piena di colori e storie che si incrociano, di personaggi buffi e inquieti dei quali è impossibile non innamorarsi; alternando le vicende di Sandrone pre-separazione in un capitolo e quelle post-separazione nel seguente, con inserti anche sul suo passato da studente, la narrazione ha un andamento roboante e confusionario, variegato e tragicomico, colorato come la sua copertina, opera pop di Chèri Chèrin. E a Sandrone, così generoso e così ingenuo, si perdona tutto, anche l'aver messo le corna alla moglie e aver buttato nella spazzatura il suo matrimonio;  è talmente perseguitato dalle sue sfighe che l'imprevisto happy-end fa veramente tirare un sospiro di sollievo al lettore. La vera novità del libro è senza dubbio l'onestà e la sincerità con cui si parla del mondo dell'immigrazione, non più con lo sguardo buonista di chi con gli stranieri dice di essere solidale sempre e comunque, perchè "in fondo poverini eccetera eccetera". African Inferno  non dipinge un mondo di “buoni immigrati” contrapposto a una società di “cattivi italiani”, ma un'immagine più caotica e dai contorni indefiniti, dove il razzismo è anche quello che separa extracomunitari di diverse razze, dove la piena uguaglianza tra bianchi e neri si realizza nel semplice fatto di essere uomini e come tali zeppi di difetti. E di un messaggio così, al giorno d'oggi, c'è davvero tanto, tanto bisogno.

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