Al cuore di Beckett

Al cuore di Beckett

Due poveri cristi vengono uccisi in un appartamentino di via Giolitti, a Roma: un settantaseienne pensionato vedovo su sedia a rotelle, diabetico e già cieco, insieme al suo badante filippino. Sono ben visibili le lettere H e C tracciate col gessetto accanto ai corpi. Una settimana dopo altri due barboni vengono attaccati all’alba vicino ai portici di piazza Vittorio a meno di duecento metri l’uno dall’altro: morto il primo, in coma il secondo. Questa volta risaltano le lettere E e V. In tutti i casi un colpo secco, violento, unico, indirizzato in mezzo al cuore. L’arma del delitto è la stessa, un coltello per carni con lama di 14 centimetri, identico a quello appena sparito dalla cucina del commissario Flavio Bertone. Se ne è accorto proprio mentre stava preparando la cena per la coetanea 53enne Rosa Cianci, la migliore infermiera del San Giovanni, buona e affezionata, separata e convivente col figlio Massimiliano, un po’ obesa (anzi sovrappeso), fianchi larghi e capelli mal tinti, molto devota a Padre Pio e poco interessata al sesso. Invece Flavio avrebbe voluto farlo spesso, accontentandosi invece quasi sempre di assonnate carezze e notti pensose; è solo, dopo il fallito matrimonio (senza figli) con Giuliana (che però lo cerca), incrocia con ardore vecchie fiamme e amanti, piace alla sua vice e in giro, sente di voler bene a Rosa, anche ora che è in pericolo. L’assassino si rifà a Samuel Beckett e ce l’ha proprio con lui. Comincia a capirlo quando viene ricoverato un altro accoltellato al petto mentre stava correndo al parco (la lettera è la P) e il colto avaro avvocato rompicoglioni che bazzica dalle parti del commissariato dell’Esquilino lo indirizza ai protagonisti di Finale di partita e Aspettando Godot. Dovrà andare a rischiare la vita sulla tomba del drammaturgo al cimitero di Montparnasse per capirci qualcosa…

L’attore e sceneggiatore Fabio Bussotti (Trevi, 1963) ruota da sempre attorno al teatro e utilizza qui tre piani narrativi, in terza persona quasi fissa: l’indagine romana del commissario; brevi sporadici spezzoni di vita del grande drammaturgo (1906-1989) a Dublino e Parigi, visto che fu davvero colpito in pieno petto da un magnaccia lungo boulevard Saint Michel quasi alla mezzanotte del 7 gennaio 1938, a pochi millimetri dal cuore, sopravvissuto per miracolo; i nessi con battute e personaggi delle “assurde” e ben note opere teatrali. Il protagonista è apparentemente calmo ma ha sempre pronta una bestemmia in canna (declamata in molisano), beve molto e cucina bene, scopa o scoperebbe con frequente gusto, figlio unico, non aveva mai letto prima una commedia di Beckett e nella lunga carriera aveva pur dato fastidio a davvero molte (cattive) persone e organizzazioni. I cenni a sottoposti, superiori, consulenti (amici o meno) sono gustosi, il tutto resta comunque esile, sembra come solo accennato e mai approfondito, buttato là per incerto caso, seppur con acume. Si impara qualcosa su Beckett, autore di lingue sia inglese che francese, Premio Nobel per la letteratura: per ricostruire i delitti vengono convocati registi, attori, studiosi che offrono interessanti spunti culturali. Con la candela accesa, al vitello tonnato con i capperi si abbina un discreto trebbiano marchigiano, ben due bottiglie in fresco, anche se Rosa è praticamente astemia e ha preparato un’ottima crostata di albicocche.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER