Al Dio sconosciuto

Al Dio sconosciuto

XIX secolo, fattoria Wayne, Pittsford. Joseph, messo al sicuro il raccolto, tagliata la legna, rientra in casa e si avvicina alla poltrona bergère davanti al camino dove è seduto suo padre. Hanno identici grandi nasi, zigomi alti e massicci, barba lunga che di continuo lavorano con le mani rivolgendo le punte all’interno. Stessi occhi azzurri: placidi e sapienti quelli del padre, curiosi e un po’ crudeli quelli di Joseph. Ora che si è deciso a parlargli, Joseph è esitante, inizia da lontano, dice che la terra non sarà sufficiente per tutti, che Benjy ha iniziato a fare all’amore per cui a primavera si sposerà, in autunno avrà il primo figlio e l’estate prossima un altro, mentre la terra non s’ingrandisce. Il padre con voce dolce e ferma sottolinea che basterà, forse è il momento che anche lui pensi a prendere moglie. Ma Joseph non vuole sposarsi, desidera una terra tutta sua! Ha letto del West, dove c’è tanto terreno, che costa quasi nulla. Il vecchio genitore sospira. Il West è lontano, ha sempre pensato di dare la sua benedizione a lui, che fosse Joseph a prendere il suo posto anche se non è il figlio maggiore, perché lo vede più forte, più sicuro...

Al Dio sconosciuto di John Steinbeck, pubblicato per la prima volta nel 1933, prende il titolo dal discorso di San Paolo all’Areopago di Atene. È la narrazione della volontà di conquista del protagonista, del sacrificio e della fatica che comporta un grande appezzamento di terra selvaggia, ma è anche ricerca di spiritualità personale e protagonismo della natura, essere vivente che palpita e respira, che assume “significato oscuro e promettente, come simboli di un'antica religione”. Anche in questo romanzo la capacità descrittiva di Steinbeck è notevole, ma nella rappresentazione del cosmo è straordinario. Un linguaggio poetico sublime e punti di vista insoliti, per esempio, troviamo in differenti momenti narrativi la rappresentazione della notte, simbolo universale delle difficoltà e dell’ignoto, e mentre l’autore raffigura il cielo, i rumori, gli odori, trasporta il lettore in ambienti emotivi ogni volta diversi. Steinbeck ripropone le grandi domande esistenziali e sottolinea lo stretto legame dell’uomo con la creazione, della quale è un infinitesimo elemento: “tutte le cose sono una, e tutte sono parte di me”, fa dire a Joseph. Magico, ironico, potente.



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