Al largo

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Non c’è pesce. Non ci sono gamberi. Non ci sono squali. Solo le meduse non mancano mai. Anzi, abbondano. Ethan, che tiene una mano sul timone e l’altra piantata sulla parete della cabina per tenersi fermo, guarda in lontananza gli spazi tra le sentinelle, le navi portacontainer immobili in mezzo al mare, tra il nulla e il niente, e gli viene da pensare a Timothy. A come sia comparso nelle vite degli abitanti del villaggio. A come abbia imposto a tutti la propria presenza. A come li abbia costretti a ripensare a ciò che hanno sempre voluto solo dimenticare. Combatte la tentazione di dirigere la barca oltre il confine invalicabile, la linea delle sentinelle, tra due di quelle navi che si stagliano all’orizzonte, per spingerla al largo, lontano, dall’altra parte, dove i pescatori, per un tacito accordo, non vanno, come se lì finisse il mondo, lungi dai ricordi che Timothy ha portato con sé e da Perran, che non c’è più ma è come se ancora ci fosse. Improvvisamente, però, la radio di bordo gracchia…

Debutta con Al largo (titolo originale: The many) come romanziere l’editor freelance e consulente letterario ancora nemmeno quarantenne Wyl Menmuir, di Stockport, a dieci chilometri da Manchester. Vive insieme alla moglie e ai due figli nella fascinosa Cornovaglia, terra di bruma, promontori, arbusti e maree, estrema propaggine sudoccidentale dell’Inghilterra dove ambienta ‒ e sembra di rivedere Rebecca, la prima moglie o La donna che visse due volte ‒ il romanzo in questione, ha ottenuto numerosi attestati di merito e stima, tra i quali senza dubbio il più prestigioso è essere rientrato nella longlist del 2016 del Man Booker Prize, ambitissimo e storico riconoscimento che nella fattispecie di quell’edizione ha visto trionfare sotto l’egida di Amanda Foreman, Jon Day, Abdulrazak Gurnah, David Harsent e Olivia Williams, nientedimeno che Paul Beatty col magistrale Lo schiavista, edito in Italia da Fazi. Il perché è presto detto: il romanzo di Menmuir è ottimo, potente, intelligente, brillante, travolgente, vibrante, avvincente, disturbante, mozzafiato, distopico, straniante, gustosamente, piacevolmente e perversamente inquietante, scritto con sapienza ed eleganza e punteggiato di personaggi riuscitissimi e ambientazioni che conquistano. Dopo dieci anni dalla misteriosa morte del suo proprietario, Perran, la cui figura ancora sinistramente incombe sull’inospitale villaggio lambito da acqua gelida e inquinata, ormai sfruttata fino all’osso dai pescatori in disarmo e punteggiata di grandi navi abbandonate lungo l’orizzonte, una casa romita inizia a gettare di nuovo in aria fumo dal camino. Il nuovo abitante è Timothy, giunto da Londra. Non si sa bene perché…



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