Al pianoforte

Al pianoforte
Per Max Delmarc il pianoforte è una bestia indomabile dai denti d’avorio, le fauci spalancate pronte a sbranargli l’anima da un momento all’altro. Nonostante la paura atavica che lo assale ogni volta che avvicina le dita ai tasti immacolati, il pianoforte è tutto quello che ha, tutto ciò che sa davvero fare. Il pubblico applaude il suo talento, accoglie le sue performance con instancabile entusiasmo. Avreste mai detto che un pianista conosciuto internazionalmente potesse essere così riservato e insicuro? Beh, lui lo è. In realtà il fascino tragico/poetico che avvolge il suo lavoro è il perfetto espediente narrativo per introdurre il tema della vita post-mortem, di quello che ci attende una volta scritta la parola fine. Quale prezzo saremo chiamati a pagare e quanto grande sarà la rinuncia a cui dovremo piegarci? Quale luogo siamo destinati ad abitare?
Jean Echenoz inventa e disegna con le parole uno spazio neutro, sospeso nel tempo, in cui sostare in attesa di conoscere la destinazione ultima. Per Max sarà la giungla del contesto urbano, una Parigi ricostruita, spietata, sorda ai bisogni individuali, molto più terrificante di uno spartito ingarbugliato di fronte a un pubblico esigente, così rigida da costringerlo a dimenticare la propria identità personale e artistica (i tratti del viso sono stati a questo scopo modificati da impercettibili interventi chirurgici) e a non prendere contatti con chi ha fatto parte del suo passato. L’incredulità di poter continuare a esistere dopo la morte (violenta) lascia presto spazio all’angoscia di non avere più un nome, un trascorso in cui riconoscersi, un futuro in cui poter ancora sperare. Come in un sogno a occhi aperti, e proprio come se la morte aprisse porte su un concetto di esistenza alternativa, si delinea l’impossibilità di cambiare il corso degli eventi. Max è intrappolato in un progetto più grande di lui, incomprensibile, spaventoso e ingrato. L’unica donna che ha davvero amato in vita, pur avendola vista soltanto una volta, le verrà portata via per sempre per un curioso gioco del destino che assume i tratti di una punizione infernale. Echenoz ha dalla sua una scrittura rapida e scattante, umoristica e drammatica, grottesca e sensibile, incredibilmente d’effetto; il suo stile non dimentica mai la presenza del lettore, testimone curioso dei fatti, giudice super partes.

 

 

 

 
 
 
 
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