Alcuni avranno il mio perdono

Alcuni avranno il mio perdono

La federazione degli Acqua Storta è saldamente in mano a Mariasole Simonetti detta Vient ‘e terra (il maestrale, ndr) da quando lei stessa, molti anni addietro, ha ucciso a coltellate Antonio Farnesini, reggente di Acqua Storta e suo suocero, reo di aver sacrificato il figlio Giovanni alle convenzioni. Roba d’onore per lui, roba d’amore per lei. È rimasta sola a reggere le sorti di un gioco che coinvolge tutta l’economia sommersa della città, di quella parte di Napoli che gestisce spaccio furti racket, quella che affianca e soffoca la parta sana, quella che segue delle leggi tutte sue a cui sottostanno quelli che sono nati dalla parte sbagliata del confine. Chi nasce tondo non muore quadrato, si dice, e Antonio Farnesini, non ancora maggiorenne, figlio di Maiasole e Giovanni, pronipote di Angela Lieto, madre del nonno ucciso, ha deciso che è ora di prendersi la sua parte e non solo: si sente grande abbastanza per amare. Amare la figlia della famiglia rivale più pericolosa. Perché camorra o no, a diciassette anni ti sembra di avere il mondo in mano. Se sei la madre di un ragazzo, regina riconosciuta o decaduta, straccivendola, quel mondo lo devi domare costi quel che costi. Se sei una madre, non importa quanto e quale sangue dovrà scorrere per proteggere o vendicare tuo figlio…

Se Saviano racconta una città brutta e pericolosa, le “paranze” e le “stese” che affliggono Napoli, se Maurizio de Giovanni racconta storie di uomini e donne che potremmo essere noi ma che solo in quella città potrebbero accadere, Carrino è la crasi perfetta di due stili così lontani. Racconta di camorra questa storia che chiude la trilogia iniziata con Acqua Storta e proseguita con La buona legge di Mariasole, ma racconta anche di amore: non a caso il fil rouge è la più grande e tragica storia d’amore mai raccontata, quella di Romeo e Giulietta. Luigi Romolo Carrino è scrittore lucidissimo, capace di raccontare le peggiori atrocità con la grazia e la delicatezza di una ricamatrice. Sapiente nell’usare un idioma che è tutto suo, ti lascia spiazzato quando inizi a leggerlo, con la sua scrittura difficile, costruita per ribaltare i canoni della prosa e metterli al servizio del dramma, diventando una musica, (personalmente ci ho trovato echi di Gadda, di De Luca). La città è la voce di chi la vive, di chi assiste facendo lo sfondo ed essendo contemporaneamente voce narrante, è il coro delle tragedie greche. Ma è anche la voce di chi ha imparato a salmodiare un rosario scansando le mine inesplose. Una storia di guerra che diventa riga dopo riga una storia d’amore. Amore filiale, amore materno, fraterno, carnale. Amore che si mescola alla morte senza soluzione di continuità, amore che nello stesso gesto sa essere dolcissimo e crudele.



 

 

 

 
 
 
 

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