Aliens &Anorexia

Aliens &Anorexia
Il 17 Gennaio 1996 Chris Kraus lascia Los Angeles per andare a Berlino e promuovere il suo film “Gravity and Grace” all'European Film Market, ovvero il canale “più interessante per il mercato cinematografico mondiale alternativo”, e per tutto ciò che non è “prodotto a Hollywood”. Il film dell'autrice è infatti un “lavoro sperimentale sulla speranza, la disperazione e la convinzione religiosa”. Come nel suo stile e nella sua formazione di scrittrice, critica, filosofa e regista, il film è condotto, come afferma lei stessa, “più sul filo di un pensiero filosofico che su una trama o su dei personaggi”, pur svolgendosi “intorno alla vita di due ragazze adolescenti e di una quarantenne disillusa”, e affronta i temi del femminismo, dell'alienazione e degli alieni veri e propri, della prostituzione, del corpo delle donne. Il film però – indipendente e a basso costo, e girato su pellicola da 16 mm – fatica a decollare, ed è già stato rifiutato da quasi tutti i circuiti alternativi più importanti: dal Sundance Festival, al festival di Berlino, a quello di Torino. Si tratta effettivamente di un film troppo strampalato anche per le platee e per i critici di certe manifestazioni, ben abituati a prodotti esclusivamente concettuali che paiono rifiutare categoricamente qualsiasi idea (capitalistica) di commercialità e  popolarità. Nonostante la sfortuna del film, tuttavia, Chris Kraus ricava un libro dall'esperienza (un libro “alternativo” e concettuale esattamente come il film), e intreccia per iscritto la trama del  film alla storia tormentata del film stesso, dalla sua genesi, alla mancata distribuzione eccetera...
In un caleidoscopio di situazioni volutamente sconnesse che vanno dalla sopraccitata trama del film   alle esperienze personali del “personaggio” Chris Kraus (scelta di autobiografismo volutamente ambigua, dato che in calce si afferma che nel libro tutto è fittizio e “ogni riferimento a persone reali è puramente casuale”), alle  meditazioni sul cibo e sull'anoressia, alle esperienze erotico-sadomaso con alieni maschili e maschilisti, fino alle storie di personaggi stravaganti come la terrorista tedesca Ulrike Meinhof e l'artista Paul Thek. A questo calderone, tanto per speziare ancora di più il suo esperimento post-moderno –  o meglio “post-postmoderno” – l'autrice intreccia un impressionante numero di citazioni colte e intellettualoidi che, da Andy Warhol, arrivano a Gerard Richer, Deleuze, Benjamin, Aldous Huxley, André Breton, Simone Weil e, tra i numerosissimi altri, anche gli immancabili Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir. Se l'intento della citazione è quello di ricreare, ancora una volta e a distanza ormai di qualche decennio, un pastiche postmoderno, il risultato è quello di un riuscito esercizio intellettuale che, pur sfociando talvolta in eccessi di colto narcisismo che potrebbero risultare fastidiosi per qualcuno, può accontentare quella tipologia di lettori che cercano una lettura impegnata ma allo stesso tempo decisamente accattivante e di moda (in certi ambienti). Pregevole senza dubbio per erudizione, il libro si configura infatti come un'ibrido (post-moderno...) tra arte letteraria e critica letteraria, cinema e scrittura cinematica. Allo stesso tempo, è sia frutto evidente di una controllatissima architettura intellettuale, sia un convulso tentativo di creare, attraverso la stessa erudizione, un fenomeno di letteratura radicale, innovativa e  politicamente scorretta che non disdegna affatto, però, la possibilità e la speranza di essere anche sensazionalistica.           

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