Alla fine della vita – Morire in Italia

Alla fine della vita – Morire in Italia

La morte fa paura. Non se ne parla, si cerca di allontanarne il pensiero quando ci capita di sfiorarlo. Non si ha nemmeno il coraggio di dirlo al morente, privandolo così del diritto di sapere il suo destino, di prepararsi al commiato, di predisporre pensieri e beni, perdoni e confessioni. Strana involuzione, giacché nel passato (almeno fino alla prima metà del XIX secolo) la morte era questione addirittura pubblica, si moriva nel proprio letto, con i famigliari, gli amici; nella sfera contadina si chiamavano addirittura le prefiche, donne “che, per denaro, ripetevano, sopra il defunto, i loro lamenti ritmati”. Come mai la società moderna la nega? E come si è passati dalla morte in casa alla morte in ospedale, “sedati e intubati, lontani dai propri cari, in solitudine e in silenzio?”. Il rapporto medico/paziente, la critica dei medici “palliativisti” ai medici che venivano accusati “di occuparsi più della malattia che del malato e di essere poco sensibili alle esigenze del fine vita”. L’importanza delle “cure palliative”, la nascita e la diffusione. La creazione degli “hospice”, delle RSA…

Marzio Barbagli è un sociologo, oggi professore emerito di sociologia all’Università di Bologna. Alla fine della vita – Morire in Italia è l’ultimo di una lunga serie di saggi pubblicati. Il tema della morte lo aveva già affrontato nel 2009 con l’opera Congedarsi dal mondo. Il suicidio in Occidente e Oriente (vincitore del Premio Mondello). Molti i concetti espressi nella sua recentissima opera, con dati, confronti, e cenni di antropologia. Si tratta di un saggio corposo, di non facile lettura ad un occhio non del settore per i vari rimandi, le numerose ragioni e contro-ragioni su molti aspetti della discussione, il che rende l’approccio e il viaggio un po’ asettico. È tuttavia molto interessante la storia della struttura ospedale, e si parte da molto lontano, dai lazzaretti costituiti durante le frequenti epidemie, di peste e colera soprattutto, che hanno interessato l’Italia intera o larga parte del territorio almeno fino al 1656/57, fino ad arrivare agli hospice e alle RSA, che ne sono una derivazione per la malattia oncologica terminale, cronica e per la demenza. Da qui parte la trattazione della storia delle cure palliative e della terapia del dolore; un argomento molto delicato e discusso, ma la narrazione troppo tecnica, distaccata, porta ad un certa fatica nel proseguire la lettura e a porsi domande che non trovano risposta nel testo. Mi sarei aspettata un accenno psicologico marcato, seppur breve, al travaglio del morente; avrei gradito un cenno alla scelta del suicidio assistito, di cui abbiamo avuto, alcuni mesi fa, un esempio eclatante e che ancora ha ripercussioni di tipo giuridico. Inoltre, l’autore si è dilungato su cifre e esempi mentre ha dedicato poche pagine alla parte forse più spinosa (e forse proprio per questo manca) ma anche più interessante del fine vita, tra controllo del dolore, cure palliative e accanimento terapeutico, che ancora oggi suscita polemiche. Si tratta di un saggio sociologico e quindi rispetta il “format”, ma il titolo suggerisce l’aspettativa di trovare anche qualcosa di meno scientifico.

LEGGI L’INTERVISTA A MARZIO BARBAGLI



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